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A mezzo secolo dalla “Rivolta di Reggio”, la ribellione dei calabresi di oggi nasce male

di Mario Meliadò – Cinquant’anni fa, la “rivoluzione” tramandata come “Rivolta di Reggio” si faceva per lo status di capoluogo regionale da tributare a Reggio Calabria anziché a Catanzaro, per la passione politica alimentata dall’ “incendiario” Rapporto alla città dell’allora sindaco reggino Pietro Battaglia che compie appunto oggi mezzo secolo esatto, per mantenere migliaia di posti di lavoro ancorati in riva allo Stretto, per la pressione concentrica di decine di corpi sociali ben diversi tra loro, si trattasse di sindacati o di partiti o di associazioni, talvolta d’orientamento radicalmente opposto.

Bilancio: 6 vittime civili, 54 feriti, arresti a centinaia.
E certo, come storici e politologi affermano “mettendo in fila” una sequenza d’eventi verificatisi tra il 1969 e il 1972, tutto questo avvenne anche per via di una perversa
liaison tra criminalità organizzata ed eversione nera che trovò alcuni dei suoi episodi più significativi  nei 6 morti e circa 70 feriti nella strage del “Treno del sole” Palermo-Milano, che l’esplosione di un ordigno fece deragliare all’altezza della stazione di Gioia Tauro (22 luglio 1970), e nel fallito golpe del generale Junio Valerio Borghese, il “principe nero” (7 dicembre 1970).

Non voci di corridoio o millanterie, ma tesi puntualmente riscontrate negli anni Novanta – il contesto era quello del primo troncone del maxiprocesso antimafia “Olimpia” – da due “pentiti” della caratura di Giacomo Lauro e il mai troppo sottovalutato Carmine Dominici, nella sua “vita precedente” alto esponente di Avanguardia Nazionale. Dominici, come Lauro, fu compagno di cella di Vito Silverini, che a oltre trent’anni dalla strage gioiese (nel 2001) fu condannato per l’eccidio dal Tribunale di Palmi insieme a Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella: solo che, ormai, erano morti tutt’e tre.

Nonostante questo, dire che i “Fatti” non furono una rivolta di popolo continua a essere una macroscopica bugia: in realtà, misero insieme anche tantissimi cittadini di Reggio Calabria autenticamente di Sinistra, convintissimi che la città avesse subìto uno scippo molto grave, peraltro destinato a essere ricompensato con un “pacchetto Colombo” strapieno di “merce avariata”: in particolare, quel Quinto Centro siderurgico promesso quando già la siderurgia italiana ed europea aveva le ore contate.

Le celebrazioni per quanto accadde mezzo secolo fa, però, inevitabilmente fanno riflettere anche sul vorticoso degrado sociopolitico, generale e specifico della Calabria.
Al netto delle trame di ‘ndrine sanguinarie e dei disegni per rovesciare l’ordine democratico, com’è possibile che nel 1970 i bollori della cittadinanza, magari con un campanilismo esacerbato, s’incanalassero sulla ferma richiesta di prerogative come il capoluogo di Regione e dunque i benefìci occupazionali (e almeno indirettamente economici) e sociali a ciò riconducibili a favore dell’antica ήγιoν, in buona sostanza manifestando anche duramente ma, a torto o a ragione, per rivendicare i propri diritti e oggi invece un Presidente di Regione si dica pronto a vietare gli sbarchi causa “emergenza sanitaria”, alcuni cittadini calabresi – per fortuna, pochissimi – protestino contro lo sbarco di qualche migrante affetto da Coronavirus sdraiandosi platealmente per terra, tanti esponenti politici di varia estrazione si mobilitino contro l’arrivo di extracomunitari in precarie condizioni fisiche, e in parecchi casi minorenni, in quanto positivi al Covid19?

In poche parole: cosa è andato storto?

 Vengono in mente alcuni flash.
– Per quale motivo al mondo ad Amantea c’è chi protesta in modo platealmente unidirezionale e antisolidale per questi migranti malati di Coronavirus e non per il Lungomare “sgarrupato” o per gli eterni, irrisolti quesiti sulle “navi dei veleni”? Cos’è, alcuni malati di Covid sono repellenti per i vacanzieri e invece gli affondamenti sospetti a base di rifiuti radioattivi li attirano?
– Com’è possibile, esattamente, che si siano dovute mobilitare le truppe militari dell’operazione “Strade sicure” per presidiare il Cas di Amantea che dovrà accogliere 13 immigrati del Bangladesh, sì, positivi al virus ma che manifestamente non rappresentano alcun pericolo per la popolazione, e che invece l’Esercito non sia mai arrivato a Reggio Calabria per sgombrare le strade e le piazze da migliaia di tonnellate di rifiuti indebitamente e selvaggiamente riversate lì, come espressamente avevano chiesto le autorità locali?
– Perché il problema col Coronavirus dovrebbero essere i pochi migranti positivi giunti in queste ore e non i 13.157 italiani malati di Covid19 (57 in Calabria) alla data di ieri? E perché non i ricchi lombardi (solo ieri, 9 morti di Covid19 e 94 nuovi malati)? Perché i “brutti, sporchi e cattivi” bengalesi e non gli Stati Uniti (66mila nuovi casi, 15mila nella sola Florida: in totale, i positivi negli Usa sono oltre 3 milioni 300mila, i morti hanno superato i 135mila)? Perché non i britannici, visto che nel Regno Unito si contano ormai quasi 290mila casi e poco meno di 45mila vittime? O il nodo sta nel money smell dei potenziali turisti in arrivo?
– C’è chi protesta per l’arrivo dei desperados affetti da Covid19 sdraiandosi per terra a corpo morto. Vien da chiedere: assenti le forze dell’ordine, assenti magari anche flash e microfoni, quanti calabresi si sono sdraiati per terra per dire “no” quantomeno con la stessa veemenza al clan Muto?, alla cosca Arena?, alla famiglia Mancuso?, alla ‘ndrina Piromalli?

Forse, a mezzo secolo di distanza, possiamo dare inizio alla prima Rivolta “vera”. Quella che forse sarà finalmente in grado di liberarci non dalle gabbie salariali – che si spera bene non torneranno – ma da certe vane, assurde gabbie mentali.

© Riproduzione riservata.

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