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A Roma la protesta (partita dalla Calabria) per il voto ai fuorisede

di Sergio Pelaia – Nel Palazzo le loro proposte ci erano arrivate e, a parole, erano e sono tutti con loro. Poi qualcosa negli ingranaggi governativi si è inceppato ma non si sono dati per vinti. Così ieri sono tornati a farsi sentire fuori dal Palazzo, in piazza Santi Apostoli, con bandiere e striscioni della rete “Voto sano da lontano” per chiedere il diritto di voto ai fuorisede. Tra loro i ragazzi calabresi del Collettivo Valarioti che hanno portato in piazza il “registro dei non votanti” per “ricordare ai politici” quanti sono, leggendone nomi e cognomi, i fuorisede che avrebbero voluto ma non hanno potuto votare alle Amministrative e alle Regionali calabresi del 3-4 ottobre. La loro proposta era di far votare i fuorisede nelle Prefetture delle città in cui vivono.

Il ddl arenato alla Camera

“Crediamo fortemente – hanno detto – che la nostra battaglia sia alla base della rigenerazione della democrazia calabrese e di tutto il Paese. E non ci fermeremo”. Nei mesi precedenti alle elezioni le loro idee hanno trovato uno sbocco concreto nella proposta di legge redatta da due costituzionalisti (Salvatore Curreri e Roberto Bin) e approdata in Commissione Affari Costituzionali a Montecitorio. Lo stesso presidente dell’organismo parlamentare, Giuseppe Brescia dell’M5S, ha sempre appoggiato il ddl ma l’iter si è poi arenato perché il Viminale ha palesato problemi logistici “insormontabili”. L’alt del Ministero dell’Interno è stato motivato con le difficoltà a movimentare le schede dalle città in cui i fuorisede votano ai Comuni di origine.

L’appello a Mattarella

Dopo lo stop alcuni degli attivisti del think tank calabrese hanno scritto anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella esprimendo la convinzione che “una battaglia costituzionale non possa avere colori politici” e rilevando che, anche se il parere negativo del governo “si inscrive nel solco della normale dialettica interistituzionale”, è il Parlamento che “è sovrano” e dunque “deve porre rimedio agli eventuali vulnus presenti nel nostro sistema democratico”. In questo si tradurrebbe, infatti, il mancato accesso effettivo al voto “per quasi tre milioni di cittadine e cittadini”.

Voto elettronico e astensionismo

Per questo sono tornati in piazza e non hanno intenzione di fermarsi. Vogliono continuare a dar voce alla rivendicazione di un diritto che rappresenta la base stessa della democrazia e che sta segnando un’intera generazione. Nell’epoca in cui ragazze e ragazzi si spostano per necessità e per scelta, in cui in molti Paesi si pratica il voto elettronico e in cui si sprecano le analisi su motivi e dimensioni dell’astensionismo, non è più possibile negare la possibilità di partecipare liberamente alle scelte che riguardano la cosa pubblica a chi vuole farlo ma non può. Tutti riconoscono che la loro sia una battaglia di civiltà, ancora però non si riesce a portare le loro proposte oltre le buone intenzioni.

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