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Abramo spacca la maggioranza e sferza la minoranza pur di fare il governatore

di Danilo Colacino – L’affondo portato ieri dal sindaco Sergio Abramo nella seduta di consiglio comunale alla minoranza non è annoverabile nella canonica dialettica politica. Tutt’altro. Il primo cittadino infatti – incalzato nei giorni scorsi sui social e a mezzo stampa riguardo a un presunto (e tutto da dimostrare) sacco di un’area strategica quale Giovino, che secondo il centrosinistra sarebbe in procinto di essere “svenduta” ai re del cemento locali – ha rotto gli indugi in Aula e si è lasciato andare a uno dei proverbiali sfoghi di cui sa essere artefice. Non si è fatto pregare, insomma, e ne ha avuto per tutti, tornando l’Abramo da trincea che quando parte non fa…prigionieri. Anzi. Ha persino lanciato la velata minaccia di segnalare agli organi competenti certe accuse subìte su giornali e mezzi come Facebook et similia. Si è poi allontanato dal civico consesso con l’insindacabile motivazione di dover partecipare alla commemorazione del fratello Walter (di cui peraltro l’intera città serba un meraviglioso ricordo di imprenditore illuminato) scomparso prematuramente ormai circa 13 anni e mezzo fa. Non ha quindi replicato alle piccate risposte di Eugenio Riccio e Sergio Costanzo, nei confronti di cui ha sparato a palle incatenate, abbandonando l’assemblea. Una scelta precisa, essendo tornato nei pressi di Palazzo di Vetro solo in serata. Tanto è vero che ha atteso i “suoi consiglieri e assessori” nei pressi della Posta Centrale, adiacente alla Provincia.

Un Abramo stile sergente maggiore Hartman in Full Metal Jacket. Il tono della voce del sindaco è salito, le parole hanno iniziato a scorrere veloci ma scandite bene e le sferzate agli avversari politici sono arrivate dritte. Puntute. Una tecnica precisa, efficace, e messa in atto per mandare un chiaro messaggio: qui ci sono io e comando io. Un’esibizione muscolare, in altri termini, che poco c’entra anche con la pur asperrima polemica su Giovino. E già, perché il sindaco non perde occasione per…andare a dama nella sua scalata alla candidatura a governatore del centrodestra o all’ottenimento di una “Busta B” che lo porti sul secondo gradino della Cittadella nel ruolo di vice. Un obiettivo per cui ha persino deciso di spaccare il fronte della maggioranza in Comune in cui in molti vivono ormai quasi da separati in casa. La fortuna di Abramo, però, si annida paradossalmente in un vecchio vezzo del centrosinistra: sconfiggere gli avversari per via giudiziaria. Un errore. E anche piuttosto grossolano, a nostro modesto avviso. Ecco allora che non lo si attacca sul piano politico, magari chiedendogli di quali siano – in chiave squisitamente politica – le conseguenze di una sua eventuale designazione alla corsa per l’ambita presidenza. Una domanda su che cosa produrrebbe quest’investitura per la città, nel caso di specie per forza costretta a cedere sovranità in una logica di accordo di coalizione – anche e soprattutto geografico – con le “consorelle forti” Cosenza e Reggio. Ma niente. La via scelta è parlare del supposto rapporto incestuoso di Abramo con i palazzinari. Un fatto grave, per carità, ma che andrebbe suffragato dalle carte o da comportamenti inoppugnabili su cui le chiacchiere starebbero a zero.

C’era una volta l’Aula Rossa. Nel florilegio di comunicati e note, nessuno si ricorda più del cuore – fisicamente parlando – della democrazia catanzarese. Un argomento che di certo voti ne porta pochini, ma riguardo a cui sarebbe probabilmente giusto accendere i riflettori a oltre un anno dal crollo che ha sconquassato la storica sede del civico consesso. E che sarà mai, del resto. La Provincia ha ospitato il “neonato” consiglio regionale quasi mezzo secolo fa, non può essere altrettanto generosa con quello comunale di Catanzaro adesso. Una domanda retorica, evidentemente. Sarebbe comunque lo stesso bello sapere che sarà di un simbolo della vita cittadina.

redazione Calabria 7

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