Alighiero Tondi, il gesuita comunista che abbandonò la tonaca per sposare la causa del Pci

Ordinato sacerdote nel 1936 fu membro per sedici anni della Compagnia di Gesù, insegnando filosofia e teologia
Alighiero Tondi

Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, deputato democristiano diventato comunista nel 1956 dopo un passaggio al gruppo misto, poi trasformato in personaggio famoso per la sua collana di corsivi su “l’Unità”, organo del Pci, ingaggiò, a suo tempo, un qui pro quo, con il rivale Indro Montanelli, principe riconosciuto e riconoscibile del giornalismo italiano.

Fortebraccio, volendo sfruculiare il rivale Indro, Fortebraccio/Melloni, scrisse questo corsivo su “L’Unità”: “Qui giace / Mario Melloni / che trascorse la vita / ad amare / Indro Montanelli / e non smise mai / di vergognarsene”. Montanelli rispose con un elzeviro nella sua rubrica “Controcorrente” su “Il Giornale nuovo” da lui fondato il 1974: “Purtroppo, devo avvertire Fortebraccio che anch’io ho preso le mie precauzioni iscrivendo fra le mie ultime volontà quella di essere sepolto accanto a lui. E come epitaffio mi contento di questo: ‘Vedi lapide accanto'”.

Fortebraccio, volendo sfruculiare il rivale Indro, Fortebraccio/Melloni, scrisse questo corsivo su “L’Unità”: “Qui giace / Mario Melloni / che trascorse la vita / ad amare / Indro Montanelli / e non smise mai / di vergognarsene”. Montanelli rispose con un elzeviro nella sua rubrica “Controcorrente” su “Il Giornale nuovo” da lui fondato il 1974: “Purtroppo, devo avvertire Fortebraccio che anch’io ho preso le mie precauzioni iscrivendo fra le mie ultime volontà quella di essere sepolto accanto a lui. E come epitaffio mi contento di questo: ‘Vedi lapide accanto'”.

I due erano divisi dall’appartenenza ad aree politiche contrapposte, ma uniti da un reciproco sentimento di stima e rispetto. Così Montanelli si espresse su di lui: “Era un avversario temibilissimo, ma leale e stimolante; un carattere umorale e imprevedibile, ma una coscienza tersa e sensibile. Come centometrista dei trafiletti, uno scattista come lui non lo vedremo più”. Nella storia politica italiana furono moltissimi politici a fare questa sorta di salto della quaglia. Nella fattispecie, dal rosso al biancofiore.

Attraverso Il Partito della “Sinistra Cristiana” si coniugarono i valori cattolici con l’ideologia comunista e marxista. Il partito venne fondato nel 1939 da Franco Rodano e Adriano Ossicini; nel dicembre 1945 confluì nel PCI. Rodano fu un ascoltato consigliere di Enrico Berlinguer ed è passato alla storia come uno degli ideologi della strategia del compromesso storico. I cattolici filo-marxisti, inizialmente, si organizzarono in un gruppo composto, oltre che da Rodano, anche da Ossicini, Marisa Cinciari moglie di Rodano, le sorelle Laura e Silvia Garroni, Romualdo Chiesa, Mario Leporatti e Tonino Tatò. Nella primavera del 1941, Franco Rodano, don Paolo Pecoraro e Adriano Ossicini elaborarono il “Manifesto del Movimento cooperativista”, in cui si sostenne la necessità di un immediato impegno dei cattolici contro il fascismo, tentando di conciliare i concetti di proprietà e di libertà con quelli di un socialismo umanitario.

Dopo di ciò, il gruppo si costituì in Partito Cooperativista Sinarchico (PCS) e cominciò a collaborare clandestinamente e dall’esterno con il Partito Comunista Italiano. Nel 1942, il PCS divenne Partito Comunista Cristiano (PCC): aderirono al movimento Felice Balbo e Fedele D’Amico; Ossicini, insieme a Lucio Lombardo Radice (PCI) e Amedeo Coccia, fondò il giornale clandestino “Pugno chiuso”.

Alighiero Tondi, presbitero e pittore prima di buttarsi in politica

Altro personaggio, meno noto, di questa nobile transumanza fu Alighiero Tondi (Roma, 27 maggio 1908 – Reggio Emilia, 25 settembre 1984) che è stato, prima ancora di buttarsi in politica, presbitero e pittore. Ordinato sacerdote nel 1936 fu membro per sedici anni della Compagnia di Gesù, insegnando filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, erede e continuatrice del Collegio Romano fondato da sant’Ignazio di Loyola.

Lavorò nell’Azione Cattolica passando poi al Partito Comunista Italiano nel 1948. Nei quattro anni successivi approfondì l’ingiustizia sociale, concludendo che era impossibile per i poveri abbandonare la loro miseria, perché questa era la volontà di Dio.

Il saggio di Matteo Manfredini

L’editore Rubbettino ha pubblicato, nel 2020, il saggio di Matteo Manfredini, “Il gesuita comunista – Vita estrema di Alighieri Tondi, spia in Vaticano”, nel quale, come scrive Alessio Guglielmini, “Il gesuita comunista di Matteo Manfredini è l’indagine inedita sulla controversa figura del gesuita Alighiero Tondi, che nel 1952 abbandonò la tonaca e scappò dalla Pontificia Università Gregoriana, presso la quale era professore, per abbracciare la causa del Pci. Il merito di Manfredini è quello di alternare le testimonianze dirette e i resoconti dell’epoca con la ricostruzione di dossier riservati, per quella che è una biografia volutamente non sempre lineare, proprio per adeguarsi alla complessità della vicenda e per scavare in profondità, tra le pieghe del tormentato profilo di Tondi […]”.

Ma Todi fu veramente una spia? Ancora Guglielmini nella sua articolata e complicata conclusione: “[…] il nodo principale della ricostruzione di Manfredini, che giunge alla conclusione che Tondi abbia iniziato a collaborare come “spia” del partito comunista fin dal 1951, ossia prima di congedarsi a sorpresa dai gesuiti. Manfredini ricava questa tesi in particolare dalla scoperta e dalla consultazione dell’archivio personale di Donini, un dossier di documenti “talmente riservati” che soltanto Edoardo D’Onofrio, Palmiro Togliatti e qualche alto funzionario del Cremlino ne erano a conoscenza […]”.

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