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Autobomba a Limbadi, chiusa l’inchiesta sui presunti autori dell’attentato: sei indagati (NOMI)

di Mimmo Famularo – Demetra 2. Sembra il titolo di una fiction giunta alla seconda stagione ma è invece il sequel dell’inchiesta che punta a fare luce sull’autobomba che costò la vita al giovane caporalmaggiore di Limbadi Matteo Vinci. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha chiuso il cerchio sulla seconda tranche dell’indagine che riguarda i presunti esecutori materiali dell’efferato delitto compiuto in una terra bellissima ma maledetta come il Vibonese nell’annus horribilis del 2018. Se il primo capitolo dell’indagine, coordinata dal pool di magistrati guidati da Nicola Gratteri, aveva assicurato alla giustizia i presunti mandanti dell’attentato nel quale rimase gravemente ferito anche il padre della vittima, Francesco Vinci, in questo troncone gli inquirenti delineano il resto dello scenario, incastonano nel puzzle investigativo i tasselli mancanti e definiscono il movente che ha armato la mano dei presunti autori: la necessità di saldare un debito contratto con i Mancuso nell’ambito dei traffici di droga. Si fonda su queste accuse l’impianto accusatorio alla base dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato proprio in queste ore agli avvocati dei sei indagati coinvolti nell’inchiesta “Demetra 2”. Si tratta di Vito Barbara, 31 anni di Spadola ma residente a Limbadi;  Domenico Bertucci 28 anni di Spadola; Antonio Criniti, 31 anni di Soriano; Filippo De Marco, 42 anni di Soriano; Pantaleone Mancuso, 59 anni; Alessandro Mancuso 23 anni di Limbadi.

Le ipotesi accusatorie

In particolare, Criniti e De Marco (difesi dagli avvocati Vincenzo Cicino, Giuseppe Orecchio e Pamela Tassone) erano finiti in carcere nel blitz messo a segno dai carabinieri di Vibo all’alba del 19 ottobre con l’accusa di omicidio tentato e consumato con l’aggravante del metodo mafioso oltre alla detenzione illegittima di un ordigno esplosivo. Secondo le ipotesi degli inquirenti i due indagati, in concorso materiale morale con Vito Barbara e Rosaria Mancuso (ritenuti i mandanti dell’attentato), avrebbero collocato una radio-bomba al di sotto della Ford Fiesta facendola esplodere e cagionando così la morte di Matteo Vinci e il ferimento del padre Francesco. Un omicidio aggravato dalle modalità mafiose ma anche dalla premeditazione, da motivi futili, addirittura abietti. Per saldare un debito di droga avrebbero infatti accettato di fabbricare la bomba poi collocata sotto l’auto dei Vinci. Un’accusa che, unitamente a quella dell’estorsione e della detenzione di armi, è stata annullata dal Tribunale del Riesame. Associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico è invece l’accusa mossa nei confronti dei due Mancuso, Pantaleone e Alessandro che non hanno legami di parentela diretta con l’omonima famiglia di Limbadi e Nicotera. In concorso con Vito Barbara, Antonio Criniti, Filippo De Marco e Domenico Bertucci sono accusati di essersi associati stabilmente per la coltivazione, trasporto, spaccio e cessione di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana). Quale promotore, direttore ed organizzatore dell’associazione viene indicato Vito Barbara, mentre Antonio Criniti e Filippo De Marco si sarebbero occupati delle modalità di approvvigionamento dello stupefacente. Partecipi all’associazione vengono indicati Pantaleone Mancuso, Alessandro Mancuso e Domenico Bertucci, con Vito Barbara che, con l’intermedizione di Pantaleone Mancuso, avrebbe acquistato per conto di soggetti ancora da identificare circa 10 chili di stupefacente.

Operazione “Demetra”

Come emerso già dalla prima inchiesta a pianificare e ad organizzare l’efferato delitto sarebbero stati proprio i Di Grillo-Mancuso nell’ambito di un più ampio e articolato disegno estorsivo finalizzato – secondo gli inquirenti – all’acquisizione di alcuni terreni di proprietà della famiglia Vinci in contrada “Macrea” a Limbadi. Così nel giugno del 2018, a pochi mesi dall’esplosione, scattò l’operazione “Demetra 1” che portò all’arresto di Domenico Di Grillo di Limbadi, la moglie Rosaria Mancuso di Limbadi (sorella dei boss Giuseppe, Francesco, Pantaleone e Diego), il genero Vito Barbara, le figlie, Lucia e Rosina Di Grillo. Nei loro confronti la Distrettuale antimafia di Catanzaro contesta, a vario titolo, i reati di omicidio tentato e consumato con l’aggravante del metodo mafioso, la detenzione illegittima dell’ordigno esplosivo e, ancora, minaccia, ricettazione, detenzione abusiva di armi, lesioni personali, estorsione e rapina. I primi quattro sono imputati dinanzi alla Corte d’assise di Catanzaro mentre Rosina Di Grillo è stata condannata, al termine del processo con rito abbreviato, a sei mesi di reclusione con sospensione della pena.

Il collegio difensivo

I sei indagati avranno ora venti giorni di tempo per chiedere di essere interrogati o per depositare memorie difensive prima che il pm proceda con la richiesta di rinvio a giudizio. Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Vincenzo Cicino, Pamela Tassone, Giuseppe Orecchio, Domenico Rosso, Giovanni Sisto Vecchio, Fabrizio Costarella, Luca Cianferoni, Francesco Schimio.

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