Aziende della ‘ndrangheta sequestrate e fallite. La ricetta di Saccomanno: “Ecco come lo Stato può salvarle”

La denuncia pubblica del procuratore generale di Reggio Gerardo Dominijanni rompe il silenzio della politica su un tema scottante

La gestione delle aziende sequestrate alla ‘ndrangheta dallo Stato al centro del dibattito politico dopo la forte denuncia lanciata dal procuratore generale della Corte d’appello di Reggio Calabria Gerardo Dominijanni durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. “Succede – aveva dichiarato il magistrato – che le aziende e le imprese una volta consegnate ai commissari e/o curatori poco dopo falliscono facendo perdere il posto di lavoro a centinaia di persone. La gente pensa che la ‘ndrangheta risolva i problemi e non lo Stato. Quando un cittadino perde il proprio posto di lavoro perché l’azienda viene sequestrata o confiscata grida contro lo Stato, incapace di amministrarla. Perdere il sostentamento spesso fa perdere di vista la vera legalità”.

La denuncia di Dominijanni e il “silenzio” della politica

Il paradosso è che le aziende in odore di ‘ndrangheta appena vengono sottoposte a una misura cautelare falliscono. Come salvarle evitando che persino il cittadino medio pensi che la lotta senza quartiere alla ‘ndrangheta porti alla distruzione del tessuto produttivo ed economico calabrese? “Non ci si rende conto – aveva sottolineato Dominijanni – quanto dirompente sia questo messaggio e quale importanza, nello sradicare la cultura ‘ndranghetistica, avrebbe avuto nel confutarlo”. Per farlo il procuratore generale aveva proposto la creazione di un gruppo di studio ma, come da lui stesso denunciato, “è calato inspiegabilmente il silenzio”.

La proposta di Saccomanno

A romperlo il commissario regionale della Lega Giacomo Saccomanno che di professione fa anche l’avvocato e in diversi processi antimafia ha difeso persone e aziende costituitisi parte civile contro il clan della ‘ndrangheta. “Ricordo a me stesso – sostiene Saccomanno raccogliendo l’assist di Dominijanni – che una azienda sequestrata o confiscata fallisce perché le banche chiudono i rubinetti, la famiglia di ‘ndrangheta fa di tutto per impedirne le attività, con la conseguenza che i fornitori e gli utenti spesso scompaiono, gli amministratori nominati spesso non sono all’altezza o, comunque, temono, e i provvedimenti assunti dalla magistratura la mettono quasi sempre fuori mercato”. Quale può essere la soluzione? “Intanto, creare un fondo per la gestione, prelevando gli importi dalle tante confische di denaro ed altro, per sostituire il sistema bancario. Poi affidare le aziende ai tanti testimoni di giustizia e/o collaboratori, previa selezione, che, dopo aver fatto il proprio dovere, spesso perdono le proprie aziende per il contrasto del sistema mafioso. Tale piccola innovazione consentirebbe di far proseguire le attività e mantenere i posti di lavoro e, allo stesso tempo, dare ai tanti imprenditori vessati la possibilità di ricominciare a lavorare. Un passaggio semplice che, però, eviterebbe il fallimento delle aziende e la perdita di migliaia di posti di lavoro”.

LEGGI ANCHE | Dominijanni: “La gente pensa che la ‘ndrangheta risolva i problemi”

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