Aziende fallite per favorire la ‘ndrangheta, condannato il “faccendiere” vibonese dei clan

Ernesto Barone, residente a Legnano ma originario di Vibo, è stato condannato dal Tribunale di Busto Arsizio a 11 anni di carcere

Il Tribunale di Busto Arsizio ha condannato a undici anni di carcere Ernesto Barone, 54 anni, originario di Vibo Valentia, ma residente a Legnano, accusato di far parte di una rete criminale che orchestrava fallimenti aziendali per depredare le imprese, utilizzando i fondi sottratti anche per sostenere le famiglie degli affiliati della ‘ndrangheta. Lo riporta “Il Giorno”.

I giudici hanno confermato l’aggravante mafiosa richiesta dal pubblico ministero, Silvia Bonardi, che aveva chiesto 12 anni di reclusione. Il tribunale ha ordinato il risarcimento delle parti civili, da definire in una sede giudiziaria successiva, e una provvisionale immediata di oltre un milione e seicentomila euro. L’imputato è stato descritto dall’accusa come una “figura cerniera” nell’organizzazione criminale, coinvolto in operazioni di false fatturazioni e bancarotte insieme a Maurizio Ponzoni (classe 1966 di Legnano ma residente a Rescaldina), un altro leader del gruppo.

I giudici hanno confermato l’aggravante mafiosa richiesta dal pubblico ministero, Silvia Bonardi, che aveva chiesto 12 anni di reclusione. Il tribunale ha ordinato il risarcimento delle parti civili, da definire in una sede giudiziaria successiva, e una provvisionale immediata di oltre un milione e seicentomila euro. L’imputato è stato descritto dall’accusa come una “figura cerniera” nell’organizzazione criminale, coinvolto in operazioni di false fatturazioni e bancarotte insieme a Maurizio Ponzoni (classe 1966 di Legnano ma residente a Rescaldina), un altro leader del gruppo.

Le indagini condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Varese hanno rivelato che il gruppo criminale rilevava piccole imprese, svuotandole e creando un deficit di 10 milioni di euro: aveva anche sfruttato la pandemia ottenendo prestiti bancari garantiti dallo Stato per oltre un milione di euro, che non venivano investiti nelle aziende ma usati per supportare finanziariamente le famiglie legate alla ‘ndrangheta. I cash dog della Finanza hanno permesso di sequestrare provviste di denaro per 200mila euro, nascosti nelle abitazioni degli indagati. In aula, il pm Bonardi ha sottolineato i collegamenti del gruppo con la “locale” Legnano-Lonate Pozzolo, guidata da Vincenzo Rispoli, presunto boss coinvolto in numerose operazioni di polizia che hanno portato alla luce le attività illecite della sua organizzazione, che includono traffico di droga, estorsioni, riciclaggio di denaro, e altre forme di criminalità organizzata. La sua figura è ritenuta dagli inquirenti emblematica del controllo e l’influenza esercitata sul territorio, e per i collegamenti con altri membri di spicco della ‘ndrangheta.

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