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Bancarotta, sequestrati beni per 5 milioni: un arresto nel Reggino

lamezia terme

Una persona arrestata, una interdetta dall’esercizio dell’attività di impresa e beni per 5 milioni di euro sequestrati. Questo il bilancio di un’operazione dei militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, con il supporto del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza emessa dall’Ufficio del Gip del locale Tribunale, su richiesta della Procura.

La persona arrestata è V.M., di 51 anni, mentre la misura interdittiva ha raggiunto Giusi Larosa, di 38 anni, sospesa dall’esercizio di imprese o uffici direttivi di persone giuridiche ed imprese con interdizione dalle attività ad esse inerenti, per la durata di 12 mesi. I due sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere, riciclaggio, omessa dichiarazione, emissione di fatture per operazioni inesistenti, occultamento o distruzione di documentazione contabile), bancarotta fraudolenta aggravata, per essersi associati tra loro e con altri soggetti, allo scopo di commettere una serie di delitti in materia tributaria, di bancarotta fraudolenta e di riciclaggio.

Contestualmente è stato eseguito un “decreto di sequestro preventivo d’urgenza” emesso dalla Dda nei confronti di G.S,, 76 anni, D.R. di 46, I.L. di 52 e della stessa L.

Il patrimonio sequestrato, composto da beni ubicati nelle province di Reggio Calabria, Siena, Milano, Roma, Catania e Vicenza, vale 5 milioni di euro. Le misure cautelari scaturiscono dalle indagini condotte dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, in relazione ai fallimenti, dichiarati dal Tribunale di Reggio Calabria tra il 2010 e il 2015, di quattro imprese operanti nel settore del commercio di elettrodomestici ed apparecchi televisivi.

Le investigazioni svolte avrebbe permesso di rilevare l’esistenza di una struttura organizzata, composta da 10 persone, dotata di un meccanismo ben collaudato, posta in essere con lo scopo precipuo di evadere le imposte “in modo fraudolento e sistematico”, sia attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture relative ad operazioni inesistenti, sia attraverso l’omessa dichiarazione dei redditi prodotti, portando al fallimento le società non ritenute più idonee allo scopo illecito e riciclando i relativi proventi delittuosi.

“Dominus” del sistema, secondo gli inquirenti, sarebbe V.M. Il sodalizio distraeva o dissipava le merci e i beni aziendali e le relative disponibilità finanziarie mediante numerose operazioni bancarie di valore sproporzionato rispetto alla consistenza patrimoniale della società, causandone il dissesto e la successiva bancarotta. L’attività investigativa avrebbe svelato frequenti contatti tra M. e S. relativi a flussi finanziari giustificati da rapporti commerciali, apparentemente leciti, tra le società riconducibili alla loro gestione.

Sarebbe, inoltre, emersa l’esistenza di movimentazioni finanziarie da o verso un gruppo di 7 società consortili “di comodo”, aventi sede legale nel Veronese, riconducibili allo stesso S. formalmente amministrate da persone, di origine calabrese, con precedenti penali e tutte dichiarate fallite, nonché di bonifici eseguiti verso una società maltese amministrata da G.L, all’epoca convivente di M., titolare di cariche in 5 società.

Con questi trasferimenti, effettuati anche in maniera frazionata per eludere la normativa antiriciclaggio ed ostacolarne la provenienza delittuosa, sarebbero stati “ripuliti” diversi milioni di euro, causando il dissesto e la successiva fraudolenta bancarotta delle società coinvolte.I militari del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Reggio Calabria hanno svolto indagini a carattere economico-patrimoniale volte all’individuazione dei patrimoni illecitamente accumulati dai componenti del sodalizio, tenuto conto della possibilità prevista dalla legge di confiscare il denaro, i beni e le altre utilità di cui gli indagati non possano giustificare la provenienza. Al riguardo, i finanzieri hanno ricostruito le acquisizioni patrimoniali dirette e indirette effettuate dagli indagati negli ultimi 22 anni, per tutto l’arco temporale intercorrente dal 1997 ad oggi, accertando l’effettiva esistenza di una rilevante sproporzione tra il profilo reddituale e quello patrimoniale.

Il sequestro riguarda 5 imprese, quote di capitale di 4 società commerciali, 25 fabbricati, 2 terreni, un veicolo e disponibilità finanziarie. M.e S.sarebbero vicini alle cosche di ‘ndrangheta Bellocco, Piromalli e Rugolo operanti nella piana di Gioia Tauro, ed ai clan De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

M. in particolare, è stato coinvolto nell’operazione “Il Principe”, condotta dalla Questura e dal comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria per il delitto di estorsione aggravata dal metodo mafioso, ai danni della Co.Bar. spa,ditta aggiudicataria dell’appalto pubblico per la ristrutturazione del Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dalla quale avrebbe preso in consegna una somma di denaro pari a 15/20.000 euro circa, come prima tranche dei pagamenti estorti dalla cosca De ​Stefano.

Il ruolo di S. invece, è evidenziato nell’ambito delle indagini svolte dall’allora Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Ferrara, sotto il coordinamento delle Procure della Repubblica di Ferrara e successivamente di Bologna, in cui era risultato interessato, tra gli altri, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, per evasione fiscale e reati quali l’omessa tenuta delle scritture contabili, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, falso, frode doganale, inizialmente aggravati dall’agevolazione mafiosa.

Redazione Calabria 7

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