Basso Profilo, i giudici sugli imprenditori catanzaresi Gallo e Gigliotta: “Mafiosi, collusi con la ‘ndrangheta”

"Provata l'esistenza dell'associazione a delinquere di tipo mafioso. Entrambi a disposizione delle cosche"

Non solo l’associazione a delinquere finalizzata alle false fatture (LEGGI), ma anche l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso finisce per travolgere gli imprenditori Antonio Gallo e Umberto Gigliotta con i loro legami con la cosca Trapasso, i Megna, gli Arena, la famiglia dei Grande Aracri, la locale di Cirò Marina, la cosca Bagnato di Roccabernarda e i clan dei Gaglianesi. Ne parlano i collaboratori di giustizia, Gennaro Pulice, Santino Mirarchi, Domenico Iaquinta, Dante Mannolo, Francesco Mammone, Salvatore Danieli, Giuseppe Liperoti, che hanno fornito contributi precisi in perfetta osmosi con il materiale intercettivo.

Entrambi gli imputati condannati con rito ordinario in primo grado a 30 anni di reclusione nel processo Basso Profilo (LEGGI QUI) per i giudici del Tribunale collegiale di Catanzaro, che hanno depositato le motivazioni della sentenza, sono mafiosi, nell’accezione più ampia. Non sono “battezzati”, ma sono imprenditori che si mettono a disposizione della ‘ndrangheta. Senza alcuna differenza sostanziale. Tutti i pentiti definiscono Gallo, figura di raccordo tra la ‘ndrangheta, settori della politica e dell’imprenditoria catanzarese, un intoccabile, capace di operare in determinati contesti con il placet delle cosche di riferimento, servente agli interessi delle cosche, condividendone finalità e scopi. 

“Non c’è bisogno di essere battezzato per essere affiliato”

 Un jolly in grado di interloquire in prima persona con i boss delle principali cosche di ‘ndrangheta del Crotonese: da Nicolino Grande Aracri a Giovanni Trapasso passando per Alfonso Mannolo e Antonio Santo Bagnato. Emblematica la risposta che il collaboratore di giustizia Domenico Iaquinta dà al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio nel corso di un interrogatorio. Il magistrato chiede: “Ma secondo lei Gallo è battezzato?”, il pentito risponde: “No, secondo me no, però è un affiliato, ‘on c’è bisogno di essere battezzato per essere affiliato. Che è un affiliato du “Topolino” sì, stavìtivi tranquillo. Ca se poi l’hanno battezzato dopo, non lo so, ma affiliato è affiliato. Pecchì ‘on ci ndè cristiani che ‘on su battezzati, tutti affiliati? È normale, mica tutti quanti battezzanu, battezzanu chidi cchju importanti”. Antonio Gallo viene definito dallo stesso Iaquinta come uno capace di arruolare “prestanome” e di organizzare una serie di attività truffaldine ma anche di depistare indagini e di acquisire persino notizie riservate. Finanziatore, intermediatore, organizzatore e mente raffinata in grado di simulare atti intimidatori ai suoi danni o finti attentati per passare come vittima della ‘ndrangheta.

Giuseppe Liperoti, condannato per associazione mafiosa in quanto membro della cosca Grande Aracri di Cutro e collaboratore di giustizia dal maggio del 2017, riferisce agli inquirenti di aver conosciuto personalmente l’imprenditore e di averne spesso sentito parlare dai Ferrazzo di Mesoraca come “un bravo ragazzo” e come “un imprenditore intoccabile” dato che neanche i Trapasso gli chiedevano la tangente. “La vicinanza ai mafiosi cutresi e di Mesoraca (Grande Aracri e Ferrazzo) gli assicurava un regime di monopolio, talché tutti lì dovevano, al bisogno, rifornirsi da lui, potendosi concludere che il Gallo rappresentava il punto di incontro tra la ‘ndrangheta e l’imprenditoria”. E il collaboratore di giustizia catanzarese Santo Mirarchi ha riferito che parte dei proventi scaturiti dall’attività imprenditoriale confluivano nella bacinella della cosca di Isola Capo Rizzuto. Dichiarazioni doppiamente riscontrate dagli inquirenti e in un’intercettazione tra lo stesso Gallo e il suo braccio destro Tommaso Rosa, ora collaboratore di giustizia dichiara: “Quelli li devi mandare ad Isola… servono mercoledì qua i 5000!… i 5000 li devo mandare a Isola per Natale”. 

“Gigliotta l’usuraio della cosca Trapasso”

Umberto Gigliotta, ha avuto, secondo i giudici, un ruolo di primo piano. L’imprenditore nel settore delle compravendite e delle locazioni immobiliari, si sarebbe messo a disposizione delle cosche, di Tommaso Trapasso, appartenente alla omonima famiglia di San Leonardo di Cutro, peraltro suo testimone di nozze, di Francesco Trapasso condannato in via definitiva quale appartenente al clan dei Gaglianesi, per porre in essere una serie di attività economiche illecite, nell’interesse della compagine. Gigliotta ha coadiuvato la famiglia Trapasso nel comparto dell’usura, acquisendo titoli di credito emessi dai debitori dei Trapasso a garanzia di prestiti usurari, cambiandone il valore, in favore degli stessi Trapasso, in modo da non consentire di ricondurre alla cosca le attività illegali. Ha investito denaro, frutto di attività illegali, proventi dei Trapasso di San Leonardo di Cutro, in attività immobiliari e d’intesa con Francesco Trapasso avrebbe attuato una serie di truffe, mettendo a disposizione il bar di sua proprietà, ubicato in località Corace di Tiriolo, per consentire gli incontri tra Tommaso Trapasso e altri esponenti delle cosche reggine e catanzaresi. Era stato lo stesso collaboratore di giustizia Gennaro Pulice a definire Gigliotta l’usuraio per conto della cosca Trapasso, mentre il pentito Dante Mannolo che l’imprenditore lo conosceva bene, come risulta nelle chat intercorse tra i due, ha svelato il ruolo di Gigliotta nelle truffe (LEGGI QUI).

Le estorsioni per “ripulire” il danaro della cosca

Gigliotta avrebbe prestato a Francesco Trapasso una moto, nonostante quest’ultimo fosse privo di patente, perchè sorvegliato speciale e allestito un’organizzazione votata alla emissione di fatture per operazioni inesistenti, i cui proventi o comunque i cui utili andavano in parte a beneficio delle cosche di Catanzaro e di San Leonardo di Cutro, effettuando analoghe attività nel Veneto con componenti delle cosche dei Grande Aracri. Si sarebbe avvalso di personaggi appartenenti al clan dei Gaglianesi per porre in essere estorsioni finalizzate a monetizzare i proventi delle attività criminose nel settore delle fatture per operazioni inesistenti. Una serie di attività illecite commesse a Catanzaro, Sellia Marina, Botricello, Roccabernarda, Cutro, San Leonardo di Cutro.

Una serie di chat, scandiscono i rapporti tra Gigliotta e il suo testimone di nozze Tommaso Trapasso, quest’ultimo chiede con un sms all’imprenditore: “Pomeriggio mi devi fare avere la fattura con l’iban”, confermando, l’attività di fatturista e monetizzatore di Gigliotta e della sua scuderia di prestanomi, prelevatori per conto della cosca Trapasso. Il 5 aprile 2015 durante le festività pasquali Gigliotta porge gli auguri all’intera famiglia Trapasso e il 6 febbraio 2016 chiede a Tommaso Trapasso lo stato di salute del padre: “Buongiorno compà come stai??? E tuo padre come ha passato la notte che ieri era stanchissimo”. Le chat tra Gigliotta e Pierpaolo Caloiro, con una mal celata insofferenza di Gigliotta nei confronti di Caloiro per via di alcuni assegni che l’imprenditore non ha potuto incassare. Gigliotta, si sentiva libero di dissentire dalle motivazioni addotte da Caloiro in virtù del forte legame, anche di comparaggio che lo lega a Tommaso Trapasso, cugino di Caloiro e luogotenente della cosca, in quanto figlio del capo cosca Giovanni Trapasso.

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