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Basso Profilo, il Riesame sul notaio Guglielmo: “Nuove conversazioni smontano le accuse”

di Gabriella Passariello- Conversazioni integrative non portate all’attenzione del gip che capovolgono il castello accusatorio nei confronti del notaio Rocco Guglielmo, indagato nell’ambito dell’inchiesta “Basso Profilo” per falso ideologico e trasferimento fraudolento di valori. Ed è sulla trascrizione di questi nuovi dialoghi intercettati, che comprendono un arco temporale che va  dal 24 maggio al 2 luglio 2018, che il Tribunale del Riesame di Catanzaro, presidente  Michele Cappai, a latere Gabriella Pede e Sara Mazzotta, motiva la decisione di annullare l’ordinanza del giudice che aveva disposto per il notaio la misura cautelare del divieto di dimora a Catanzaro, come richiesto dal collegio difensivo, gli avvocati Salvatore Staiano, Filippo Giunchedi, Vincenzo Cicino, Giuseppe Mussari, Vincenzo Maiolo Staiano, Alice Piperissa e Antonello Talerico.

Il gip : “Il notaio consapevole del disegno criminale”

Per far comprendere come agiva il sodalizio per attuare il meccanismo delle intestazioni fittizie avvalendosi degli albanesi, che dovevano munirsi dei documenti necessari per le stipule degli atti recandosi da un notaio compiacente, il gip firmatario dell’ordinanza riporta negli atti lo stralcio di una conversazione intercettata all’interno dello studio del commercialista Francesco Lerose, tra l’imprenditore Antonio Gallo, l’ex presidente dei giovani di Confindustria  Crotone Glenda Giglio e lo stesso commercialista, datata 28 maggio 2018.  Quest’ultimo conscio di quelli che sono i controlli minimi che un notaio deve compiere si pone il problema della non conoscenza della lingua italiana da parte degli albanesi, oltre che del sospetto che in chiunque sarebbe sorto davanti a così tanti stranieri, della stessa nazionalità, che si intestavano diverse società italiane : “quando viene il notaio… metti che il notaio gli dice… voi non sapete parlare in italiano… se il notaio gli legge l’atto per come è di solito… no? E gli dice… ma voi perché… state comprando questa società… questa cosa… cioè non vorrei che … perché il notaio dovrebbe (controllare ndr)”.  Giglio chiede: “vabbè…io… che gli devo dire dopo (al notaio ndr)” e Gallo gli risponde: “Lo puoi mettere il procuratore… questi parlano… di far finta che parlano italiano… di chiudere gli occhi…”. Per il gip, Giglio risulta pienamente coinvolta negli affari dell’associazione, mettendo a disposizione la sua conoscenza col notaio Guglielmo. La donna infatti attende le disposizioni da Gallo sul da farsi e lui le dice che il notaio dove chiudere un occhio, fingendo che gli albanesi comprendono la lingua italiana.

Le nuove conversazioni che cambiano il quadro accusatorio

Per i giudici del Riesame invece, alla luce delle nuove conversazioni, emerge un diverso atteggiamento assunto dal notaio Rocco Guglielmo in occasione proprio della stipula degli atti del 30 maggio 2018. Secondo il narrato di uno degli indagati Henrik Baci, il notaio ha effettivamente richiesto ai soggetti presenti nel suo studio se comprendessero la lingua “..ma capite?.. Intendete?” Ricevendo come risposta “ si… capiamo tutto, ma parliamo poco”.  Secondo i giudici del collegio,  il professionista ha formalmente espletato l’indagine sulla comprensione della lingua italiana da parte degli stranieri presenti nel suo studio per la stipula degli atti. “La risposta ricevuta appare proporzionata al tipo di indagine che il notaio avrebbe dovuto svolgere  e che consiste nell’accertamento della volontà negoziale, trattandosi di un atto che non presenta anche, per l’uomo comune, particolari difficoltà di comprensione”. Si tratta, infatti, di atti che non superano la dimensione complessiva delle tre pagine, semplici nella loro struttura e per la cui lettura sono sufficienti pochi minuti , tenuto conto che l’istruttoria degli atti era già stata compiuta da un altro professionista, Lerose, come risulta dallo scambio di mail tra lo studio del notaio e quello del commercialista.  E non appare elemento indicativo di particolari anomalie quelle secondo cui le società costituite con gli atti del 14 giugno 2018 avessero sede legale in città come Roma e Milano, non essendovi alcuna necessaria correlazione tra il luogo della stipula degli atti pubblici e quello della sede delle società. Gli elementi di novità introdotti nelle conversazioni sono idonei, per i giudici del collegio, a insinuare più di un dubbio sulla complicità del notaio rispetto agli atti illeciti che gli altri indagati porrebbero in essere. Lo stesso Baci parlando con Gallo del livello di conoscenza della lingua italiana da parte degli albanesi affermava: “perché non è che non capiscono niente di italiano… capiscono…”. Le nuove conversazioni  alterano, quindi, per il Riesame, il rapporto tra l’ipotesi della comprensione e quella della mancata comprensione della lingua da parte degli albanesi “che alla luce delle novità investigative, ha assunto la stessa dignità probabilistica.

Per il Riesame: “Sono esclusi i gravi indizi di colpevolezza”

L’assenza di elementi univoci indicativi del compimento di irregolarità nella stipula degli atti da parte del notaio Guglielmo non consente infatti di ritenere che il professionista fosse disposto a sorvolare su aspetti rilevanti in ordine all’accertamento della volontà negoziale delle parti e che fosse consapevole del disegno criminale che si celava dietro gli atti di cessione delle quote societarie”. Il collegio dei giudici, in sostanza, ritiene, che “all’ipotesi della complicità del notaio o comunque della sua consapevolezza nell’illiceità dell’agire degli altri indagati, non possa attribuirsi maggiore valore di prova rispetto a quella della sua inconsapevolezza. Un dato questo che porta ad escludere i gravi indizi di colpevolezza nei confronti dell’indagato”. Tra l’altro le incertezza emerse sull’effettivo livello di comprensione della lingua italiana da parte degli albanesi rende già di per sé non chiaramente configurabile il reato di falso e seppure si volesse ritenere che anche solo alcuni dei cittadini albanesi recatisi al cospetto del notaio non conoscessero la lingua e non avessero compreso il senso degli atti che erano andati a stipulare, “difetterebbe comunque la dimostrazione che il notaio avesse avuto consapevolezza di questa circostanza”. Stessa conclusione per il capo di accusa relativo al trasferimento fraudolento di valori: “deve rilevarsi che l’assenza di elementi univoci sulla consapevolezza del notaio della fittizietà dell’intestazione della società ai cittadini albanesi esclude l’addebitabilità del fatto- reato”.

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