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Basso Profilo, il terrore della segretaria catanzarese vittima e complice: “Temo per la mia vita”

mafia sanità

di Mimmo Famularo – “Io Sinopoli Maria Teresa… scrivo tremando dalla paura queste due righe, in virtù di tutto quello che è successo e di cui mi sono resa conto già un anno fa, lavorando per alcune persone, quali Rosa Tommaso, Rolando Russo, Ketty Di Noia, Gallo Antonio e per ultimo Leone Andrea”. Inizia così il testo di una lettera scritta il 14 gennaio del 2018 e finita tra le pagine dell’ordinanza firmata dal gip di Catanzaro Alfredo Ferraro che ha portato all’esecuzione di cinquanta misure cautelare nell’ambito dell’inchiesta della Dda denominata “Basso Profilo”. A scrivere è Maria Teresa Sinopoli, 44 anni  di Squillace, ai domiciliari nel blitz eseguito dalla Dia. Si tratta della segretaria di Tommaso Rosa, braccio destro del “principino” Antonio Gallo, l’imprenditore ritenuto dagli inquirenti la “cerniera” tra la ‘ndrangheta e la politica. Una lettera scritta a se stessa e trovata pochi mesi dopo (l’11 maggio del 2018) nel corso di una perquisizione effettuata dalla Guardia di Finanza di Crotone. Sulla genuinità dei contenuti gli inquirenti non hanno dubbi: non c’è nessun intento calunniatore ed è stata scritta allo scopo – deducono gli investigatori – di autotutelarsi. “Ho iniziato – racconta la donna – circa quattro anni fa a lavorare facendo la segretaria per il Rosa, che era stretto amico del Russo. Dopo aver dimostrato tutta la mia voglia di lavorare, e non meno la forte necessità di guadagnare onestamente il mio seppur piccolo e dignitoso stipendio, mi aspettavo di essere assunta regolarmente ma nonostante la mia incalzante richiesta di ciò, la cosa non è mai avvenuta, al contrario mi ritrovo a rendermi conto che avevo a che fare con persone false, disoneste, imbroglione e soprattutto pericolose, allorquando mi vedo arrivare a casa la Dda di Roma, venendo solo e soltanto in quel momento a scoprire che i miei sospetti erano ampiamente fondati”.

Lo sfogo di Maria Teresa

A questa lettera il gip dedica un paragrafo a parte dell’ordinanza e gli inquirenti definiscono lo sfogo di Maria Teresa un grave indizio di colpevolezza e un vigoroso riscontro per dimostrare innanzitutto l’associazione mafiosa. Il primo elemento che emerge dalla lettura è l’individuazione esatta dei soggetti di cui la donna ha paura e con i quali ha intrattenuto diversi rapporti per lo più “lavorativi”. Fa nomi e cognomi: Tommaso Rosa, Rolando Russo, Concetta (Ketty) Di Noia, Antonio Gallo e Andrea Leone. Tutti definiti “pericolosi” e tutti coinvolti a vario titolo nell’inchiesta. La donna, prima illusa, poi delusa e spaventata, cerca di tirarsi indietro per non mettersi nei guai. “Comunico a Rosa Tommaso di non volere avere a che fare con cose illegali, avendo già avuto in passato i miei personali problemi con la Giustizia, ma lui, con tutta la sua prevaricazione, mi comunica – scrive la Sinopoli nella lettera – che io non avrei potuto fare più nulla, perché per lui e per i suoi compari era stato un gioco da ragazzi falsificare a mia insaputa firme per cose di cui io non immaginavo nemmeno lontanamente l’importanza… accompagnato dalla classica minaccia, velata non più di tanto, che se solo mi fossi azzardata a dire o denunciare qualcosa, avrei messo in serio pericolo la mia vita e quella dei miei genitori”.

Prima complice, poi vittima

Maria Teresa scopre di essere “testa di legno” e “prelevatrice” di un sistema in quattro fasi appositamente creato dagli indagati: emissione di fatture per operazioni inesistenti da parte di società cosiddette “cartiere” create ad hoc; accumulo di credito Iva in diversi passaggi; prelevamento di contatti; consegna del contante ai promotori-organizzatori, schermati da un giro vorticoso che rende la donna complice e, allo stesso tempo, vittima. Controllata, seguita, minacciata psicologicamente e fisicamente (“non riesco più a vivere e neanche a respirare”) decide di scriversi e autodenunciarsi. Uno sfogo personale messo per iscritto che svela il vero volto dei suoi datori di lavoro: “Ho seriamente terrore che queste persone attentino alla mia vita, poiché si tratta di individui senza scrupoli, dediti evidentemente in modo seriale alla illegalità e alla criminalità evidenziata dal metodo mafioso… Purtroppo queste sono persone che non hanno paura di niente e di nessuno e che saprebbero sempre come cavarsela, corrompendo ed avendo a che fare con gli esseri peggiori di questa terra a livello di criminali….”. Per il gip, però, Maria Teresa Sinopoli non va considerata alla stregua di una vittima ignara del circuito in cui era inserita, ma tutt’altro. Sarebbe stata infatti consapevole della caratura criminale dei soggetti per cui lavorava. “Pertanto – sostiene l’accusa – si ritiene che la Sinopoli abbia consapevolmente deciso di delinquere sotto la direzione del Gallo e del Rosa, auspicandosi ed aspettandosi, però, un diverso e più favorevole trattamento remuneratorio e, allorquando tale aspettativa veniva disattesa, la stessa in un primo tempo assumeva un atteggiamento quasi di sfida, per poi spaventarsi delle possibili reazioni dei suoi ‘capi’”.

Le paure della mamma: “Sono collegati con i Mancuso”

Significativa una conversazione con la madre datata aprile 2018, poche settimane prima della perquisizione della Finanza. Sono gli stessi giorni nei quali la Calabria sale alla ribalta della cronaca nazionale per l’autobomba di Limbadi che costa la vita al 42enne Matteo Vinci. Maria Teresa Sinopoli ha altre preoccupazioni e confessa riferendosi ai suoi datori di lavoro: “E’ un’associazione a delinquere di stampo mafioso… ad altissimi livelli”. Una dichiarazione che allarma la stessa mamma la quale in un’altra intercettazione manifesta i suoi timori per l’incolumità della figlia alla luce della caratura criminale delle persone coinvolte e dei collegamenti di questi con ‘ndranghetisti di spicco come i Mancuso. “Cerca di stare attenta come parli… pure per queste lettere. Lo hai visto a quello ieri che gli hanno messo la bomba a Vibo… eh sono collegati … con i Mancuso. Stai attenta che questi non hanno niente da perdere… stai attenta figlia che perdi la vita…”.

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