Bonus cultura, truffe allo Stato per 1,4 milioni a Catanzaro: ecco i meccanismi

I magistrati di Napoli e Catanzaro spiegano il funzionamento degli illeciti legati al 18 App, che potrebbe essere ritoccato in manovra
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Validazione dei buoni per compravendite mai avvenute, reclutamento dei titolari del bonus con catene di passaparola per indurli alla spendita illegale e a intascare una percentuale, errata applicazione delle aliquote Iva sui beni acquistati con i voucher. Sono solo alcune delle azioni truffaldine che le magistrature di Napoli e Catanzaro hanno scoperto nelle loro indagini legate al funzionamento corretto del bonus cultura. Come emerge dagli atti giudiziari in possesso dell’AGI, le truffe ai danni dello Stato, legate al bonus cultura riservato ai 18enni, ammonterebbero a una cifra di quasi 600.000 euro a Napoli, e 1,4 milioni di euro a Catanzaro.

I meccanismi della truffa

I meccanismi della truffa

Il giudice Francesca Rinaldi, del Tribunale Civile di Catanzaro, in un provvedimento del 19 novembre 2021, dispone il sequestro di somme per 1.440.019 euro, nell’ambito di una causa intentata dal ministero della Cultura contro il titolare di una società accusata di “un sistematico utilizzo del bonus per beni in alcun modo riconducibili nelle categorie previste” dal Dpcm sulla 18 App. In sostanza, venivano negoziati “beni descritti come libro o e-book ma registrati come cessione ad aliquota ordinaria del 22% mentre gli unici bene che la società avrebbe potuto legittimamente cedere con i voucher 18 App sono esclusivamente i beni sottoposti a regime agevolato del 4%”. In altre parole, spiega il magistrato, la società “ha validato buoni di cui al cosiddetto bonus cultura a fronte della vendita di beni appartenenti a categorie diverse rispetto a quelle per le quali il bonus era invece utilizzabile, con conseguente illecita appropriazione del complessivo importo di 1.440.019,85 euro, pari alle somme versate dal ministero a fronte delle dichiarazioni non veritiere fornite” dalla società.

Il Gip di Napoli, Antonio Baldassarre spiega che tali truffe “sarebbero state possibili solo con il concorso volontario e consapevole dei neo maggiorenni destinatari del bonus, che si prestavano a negoziarlo in maniera artificiosa e truffaldina”. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’arresto di varie persone tra cui una coppia titolare di un negozio di informatica. Inoltre, ha ordinato il sequestro di un importo pari al valore delle somme truffate allo Stato, ovvero 590.152 euro, a carico di 16 indagati. Secondo quanto riporta il giornalista Carmelo Rapisarda su Agi, la truffa che avevano organizzato i due coniugi del negozio di informatica funzionava nel modo seguente: il “capo maglia”, ossia il soggetto che si incaricava di raccogliere presso i propri conoscenti i buoni dei diciottenni, secondo l’accusa ha guadagnato con le truffe oltre 300.000 euro.

I truffatori si lamentano delle tasse

Agli atti dell’inchiesta ci sono molte conversazioni su WhatsApp tra i truffatori, che negoziavano anche la spartizione: il 70% andava al “capo maglia”, il 30% agli altri. I pagamenti avvenivano con bonifico bancario. In una delle conversazioni su WhatsApp un “capo maglia” e il suo interlocutore si lamentano persino della complessità delle procedure per la validazione e liquidazione dei bonus cultura, e delle tasse “che sono tantissime”, e si lamentano: “questo è lo Stato italiano, benvenuto nello Stato italiano”. Commenti che il Gip stigmatizza come “desolante risentimento nei confronti dello Stato italiano che impone il pagamento delle tasse!”.

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