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Capitastrum, le rivelazioni del pentito: “Chi non si piega al boss viene riempito di legnate” (VIDEO)

di Gabriella Passariello- A ricostruire le vicende della cosca di Roccabernarda, il ruolo di primo piano di Antonio Santo Bagnato di cui, prima di diventare collaboratore di giustizia era il suo braccio operativo, è stato Domenico Iaquinta, attualmente imputato nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Trigarium”. Il pentito ha riferito alla Dda di Catanzaro le intimidazioni a cui i proprietari dei terreni venivano sottoposti dal gruppo e alle quali anche lui aveva preso parte personalmente. Il sodalizio non perdonava il proprietario che non acconsentiva a cedere il terreno a poco prezzo, mettendo in atto la sua vendetta, danneggiando piante, beni strumentali, rubando bestiame e attrezzature agricole, minacciarlo e picchiando le vittime per piegarle a sottostare ai desiderata del capo clan. Un sistema stroncato dai sostituti procuratori della distrettuale Paolo Sirleo, Domenico Guarascio e Pasquale Mandolfino nell’operazione Capitastrum che oggi ha portato all’esecuzione di tre misure cautelari, di cui due in carcere e una ai domiciliari, mentre 5 sono gli indagati a piede libero (LEGGI).

“Il boss pretendeva la cessione dei terreni”

“Ribadisco che il proprietario (F. P. nrd) ha subito violenza da parte di Bagnato. Era lui direttamente a riempierlo di legnate”, dichiara agli inquirenti il pentito, aggiungendo: “Ho assistito personalmente a scene nelle quali Bagnato pretendeva la cessione di terreni  e menava le mani nei confronti della vittima. So che aveva terreni presi anche dalla chiesa oltre ad altri terreni. Aggiungo che tutti i terreni vicini a quelli della Chiesa sono stati acquistati da Bagnato. Dico anche che erano terreni dell’Opera Sila che gli assegnatari non poterono riscattare, perché Bagnato glielo impedì. Alla fine se li prese lui”.  Allo stesso tempo il collaboratore è stato in grado di descrivere, il meccanismo utilizzato, la complicità delle altre persone e la falsità delle dichiarazioni che lui stesso aveva reso in qualità di testimone al momento della compilazione degli atti notarili. “Premetto che Bagnato mi diceva che era una persona amica (il notaio ndr) e che faceva tutto quello che gli diceva, quando ho affermato in un precedente verbale che lui era d’accordo con Bagnato, intendevo dire che il notaio conosceva la situazione sottostante agli atti da rogare. Ho desunto poi questa mia convinzione (che fossero amici ndr) dal fatto che quando in due occasioni si è recato rispettivamente a casa di Bagnato e nello studio Colao, il notaio aveva già predisposto  gli atti da rogare. L’unica cosa che facemmo in quella sede era quella di sottoscrivere gli atti predisposti che non ci furono mai letti. Non so dire se il notaio abbia mai pubblicato testamenti e in caso affermativo se gli stessi fossero falsi”.

Territorio sottomesso al clan

Il collaboratore ha sottolineato di non ricordare di aver visto la consegna di documenti alla presenza del notaio nelle occasioni in cui aveva preso parte al rogito di un atto ma quel che è certo è che “si affermava falsamente che i terreni erano stati usucapiti, mentre in realtà erano stati sottratti ad altre persone, anche attraverso mezzi estorsivi”.  Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia offrono uno spaccato della situazione di sottomissione degli abitanti del territorio, consentendo la ricostruzione delle azioni criminali attraverso le quali Bagnato e il suo gruppo si impossessano dei terreni, secondo una consolidata metodologia che prevedeva dapprima incontri ravvicinati fatti anche di violenze e intimidazioni con i proprietari dei terreni e successivamente i passaggi burocratici effettuati con falsi testamenti o false dichiarazioni di usucapione contenute in atti di donazione.

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