Pieno sostegno del segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), Donato Capece, alla annunciata azione riformatrice del Governo e del Ministro della Giustizia Carlo Nordio sulle politiche penitenziarie del Paese: “c’è grande bisogno di cambiamenti, c’è grande bisogno di aria nuova al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dove negli ultimi anni la classe dirigente ha fallito con scelte gestionali discutibili e pericolose come ad esempio l’introduzione e il mantenimento della vigilanza dinamica dei detenuti, che è alla base dell’altissimo numero di eventi critici che accadono ogni giorno nelle Sezioni detentive,il depotenziamento del Corpo di polizia penitenziaria, sotto organico di 4mila unità, i cui appartenenti sono stati lasciati da soli e senza mezzi a fronteggiare l’inaccettabile violenza di una parte consistente di ristretti, a cui sono state chiuse Centrali Operative, Basi Navali, Provveditorati regionali e altri Uffici operativi sul territorio e ancora senza chiare ‘regole di ingaggio’ e di una efficace organizzazione del lavoro. Si è tentato, ed in parte si è riusciti, a demolire un Corpo di Polizia dello Stato privilegiando aspetti trattamentali e assolutori piuttosto che puntando a garantire ordine e sicurezza in carcere e piene tutele al personale di Polizia”.

Suicidi in cella

“Per non parlare – sottolinea Capece – del clamoroso aumento dei suicidi in cella, segno di una incapacità a gestire le reali situazioni che si vivono in carcere, ela crescita esponenziale di episodi violenti da parte di detenuti psichiatrici ristretti, a dimostrazione di una incapacità di trovare una efficace soluzione alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari che invece dovrebbero essere riaperti, con regole e gestioni differenti rispetto al passato ma assolutamente necessari”. Capece torna a ricordare che “l’Istituzione penitenziaria ogni giorno svolge delicati compiti istituzionali ed ha bisogno di essere guidata da una persona che si senta compenetrato nella funzione di capo del Corpo di Polizia Penitenziaria: i burocrati non servono. Le ultime classi dirigenti del DAP, che è il primo luogo dove il Guardasigilli dovrebbe iniziare a fare una completa ed efficace azione riformatrice, hanno favorito anni di ipergarantismo in cui ai detenuti è stato praticamente permesso di auto gestirsi con provvedimenti scellerati ‘a pioggia’ come la vigilanza dinamica e il regime aperto, con detenuti fuori dalle celle pressoché tutto il giorno a non fare nulla nei corridoi delle Sezioni. E queste sono anche le conseguenze di una politica penitenziaria che invece di punire, sia sotto il profilo disciplinare che penale, i detenuti violenti, non assumono severi provvedimenti.” “I numeri degli eventi critici accaduti nelle carceri italiane nel primo semestre del 2022 sono allucinanti: 5.885 atti di autolesionismo, 45 decessi per cause naturali, 30 suicidi e 814 sventati dalla Polizia Penitenziaria, 4.023 colluttazioni, 560 ferimenti. E crescono ogni anno sempre di più nell’indifferenza del DAP”, evidenzia.

Nelle carceri tensione costante

“In pratica, ogni giorno nelle carceri italiane succede qualcosa, ed è quasi diventato ordinario denunciare quel che accade tra le sbarre. Le carceri sono un colabrodo per le precise responsabilità di ha creduto che allargare a dismisura le maglie del trattamento a discapito della sicurezza interna ed in danno delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria. Ma le classi dirigenti che si sono avvicendate alla guida del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non sono state in grado di introdurre i necessari interventi corretti, lasciando tutto sulle spalle dei poliziotti penitenziari”. Impietosa la denuncia delle carceri italiane da parte del SAPPE: “Non si può continuare così: la tensione che si vive nelle carceri è costante e lo sanno bene gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria che ogni giorno, nelle galere d’Italia, sono le vittime di aggressioni, umiliazioni, improperi, ferimenti, risse e colluttazioni da parte della frangia violenta dei detenuti. E quindi – conclude Capece – ben venga ogni utile azione riformatrice del sistema, fallimentare sotto molti aspetti. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. E servono ‘regole di ingaggio’ chiare su cosa può fare la Polizia Penitenziaria in caso di rivolte ed eventi critici violenti”.

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