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Caso Mormile, l’educatore carcerario ucciso dalla ‘ndrangheta. Imputati scelgono riti alternativi

Punta a ottenere un patteggiamento Vittorio Foschini, 63 anni, mentre Salvatore Pace, 66 anni, ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato. Queste le scelte processuali formulate dalle loro rispettive difese al gup di Milano, Marta Pollicino, dei due imputati per l’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere milanese di Opera ucciso a Carpiano l’11 aprile del 1990. In particolare, l’avvocato Donatella Montagnani, difensore di Foschini, ha annunciato richiesta di patteggiamento col riconoscimento della continuazione tra l’omicidio Mormile e gli altri delitti per i quali Foschini ha riportato condanna nel processo “Wall Street”. In udienza preliminare si è costituito come parte civile il fratello della vittima Stefano, assistito dall’avvocato Fabio Repici.

Obiettivo: riconoscere il progetto eversivo

“L’odierna costituzione di parte civile – commenta il legale – è solo il primo passo in sede giudiziaria per ottenere il riconoscimento del progetto eversivo – peraltro ammesso dallo stesso imputato Foschini con le dichiarazioni rese anche nel processo ‘Ndrangheta stragista’ – che porta il nome di “Falange Armata” e che dall’esecuzione dell’omicidio Mormile è proseguito fino all’insediamento della ‘seconda repubblica’, avvenimento con il quale il progetto della ‘Falange Armata’ giunse a compimento”. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 17 marzo.

L’omicidio Mormile e l’ombra della ‘ndrangheta

All’udienza preliminare si è arrivati dopo che il gip Natalia Imarisio lo scorso marzo ha ordinato nuove indagini e respinto la richiesta di archiviazione della Dda accogliendo l’opposizione presentata dall’avvocato Repici, legale del fratello della vittima, Stefano Mormile, che si batte da anni per la verità sulla fine del fratello, ucciso a 34 anni. Con la richiesta di rinvio a giudizio il pm Stefano Ammendola, coordinato dall’aggiunto Alessandra Dolci, accolgono l’ipotesi sostenuta da Repici, ovvero che Foschini e Pace sono “rei confessi” alla luce dei verbali di loro interrogatori resi negli anni scorsi nell’ambito del processo ‘Ndrangheta stragista’ di Reggio Calabria. Il rappresentante della famiglia aveva anche chiesto alla Dda di approfondire la rivendicazione della ‘Falange Armata’, la stessa sigla che si è attribuita la  strage di via Palestro e i delitti della ‘banda della Uno bianca’. Nel delineare i ruoli degli imputati, i pm individuano Pace come “capo del gruppo criminale che si metteva a disposizione a richiesta delle associazioni criminali di Coco Trovato e dei Papalia, fornendo supporto logistico nella fase preparatoria dell’omicidio: in particolare faceva consegnare da appartenenti del suo gruppo armi e una moto per eseguire l’omicidio dell’educatore di Opera”. A Foschini viene contestato “su ordine di Coco Trovato di avere dato disposizioni ai sodali di fornire l’auto e una moto con cui veniva eseguito l’omicidio”. I due sono accusati di avere agito in concorso coi mandanti Franco Trovato, Antonio Papalia, Domenico Papalia e con gli esecutori Antonino Cuzzola e Antonio Schettini.

La rivendicazione

Dopo il delitto una stranissima rivendicazione era arrivata alla redazione bolognese dell’Ansa: “A proposito di quanto avvenuto a Milano – il terrorismo non è morto – vogliamo che l’amnistia sia estesa anche ai detenuti politici – non importa chi sono – ci conoscerete in seguito”. Firmato: Falange armata carceraria.

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