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Castagnino non è un imprenditore dei Grande Aracri, i giudici di appello di Catanzaro: “Pentiti non credibili”

I giudici di secondo grado spiegano i motivi che li hanno spinti a ribaltare la sentenza di condanna del gup in assoluzione
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“L’accusa di essere il sodale che assicura gli introiti della bacinella della consorteria tramite la gestione di videopoker nel territorio di riferimento, trova essenzialmente il suo fondamento sulle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia che in maniera evidente non convergono tra loro”. La Corte di appello di Catanzaro nelle motivazioni della sentenza spiega le ragioni che l’hanno spinta a ribaltare nei confronti dell’imprenditore crotonese Santo Castagnino il verdetto di condanna per associazione a delinquere di tipo mafioso a 10 anni e 8 mesi di reclusione in assoluzione con la formula per non aver commesso il fatto (LEGGI), nell’ambito del processo Farmabusiness, accogliendo la richiesta degli avvocati Vincenzo Cicino e Salvatore Perri.  

“Le dichiarazioni generiche dei collaboratori di giustizia”

“Le dichiarazioni generiche dei collaboratori di giustizia”

Balza immediatamente agli occhi dei giudici, che le dichiarazioni del pentito Giuseppe Antonio Mancuso, non essendo organicamente inserito nella cosca Grande Aracri ma avendola conosciuta dall’esterno, stante le sue funzioni di “ finanziatore” delle attività criminali di vari sodalizi mafiosi, non è in grado di fornire informazioni dettagliate e precise sulla figura e i compiti svolti da Castagnino in seno alla cosca, si è limitato ad affermare di conoscere l’ imprenditore, il quale dopo gli  arresti dell’operazione Kyterion, “gli aveva fatto intendere che aveva curato gli interessi di Nicolino Grande Aracri”. La Corte non ritiene nemmeno utile le propalazioni generiche e risalenti nel tempo del collaboratore di giustizia Angelo Cortese, che nel lontano 2008 ha affermato che “gran parte del denaro che Nicolino Grande Aracri ha guadagnato nel corso degli anni rappresentava l’utile delle macchinette ricavato grazie ai fratelli Castagnino”.

Il narrato del pentito “risulta privo di specificità, accomunando indistintamente in uno stesso ruolo tutti i fratelli Castagnino ai quali vengono genericamente attribuite delle condotte che avrebbero permesso a Grande Aracri di guadagnare rilevanti somme di denaro, ma che non sono circostanziate in relazione alla persona dell’imputato”. Così come generiche le più recenti dichiarazioni del pentito Giuseppe Liperoti, che lo ha riconosciuto in foto senza tratteggiarne un ruolo specifico. Lo ha indicato come affiliato e principale artefice delle attività illecite della sua famiglia, una dichiarazione non sufficiente a comprendere quale ruolo abbia ricoperto l’imputato all’interno della organizzazione, anche perché Liperoti ha precisato “che le sue illecite attività sono funzionali agli interessi della sua famiglia la quale non solo è autonoma rispetto alla cosca Grande Aracri, ma ha rafforzato la sua posizione,  a seguito del matrimonio tra la sorella e Francesco Mauro”.

“Nessuna prova del ruolo partecipativo”

Evidente per i giudici come queste propalazioni “pur di certa credibilità intrinseca, non delineano a carico dell’imputato un ruolo partecipativo ma piuttosto, afferma la sussistenza fra la cosca Grande Aracri e la famiglia Castagnino, da sempre vicine, di un rapporto ancora più stretto che, tuttavia, non integra gli estremi della partecipazione”.  La Corte di appello di Catanzaro “condividendo i rilievi difensivi ritiene che le dichiarazioni dei pentiti non superino neppure il vaglio di intrinseca credibilità, sostanziandosi in una generica dichiarazione, avente ad oggetto non fatti oggettivi ma deduzioni soggettive”.  Si tratta di prove lacunose e inidonee a dimostrare il ruolo e i compiti che sarebbero stati esercitati dall’imputato all’interno della cosca Grande Aracri con la volontà di contribuite alla attuazione dei programmi criminali della medesima organizzazione. 

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