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Uccise e nascose il corpo della figlia neonata, pena ridotta

La facciata del Tribunale

Riqualificato il fatto da omicidio volontario in infanticidio

di Gabriella Passariello

Da dieci anni e dieci mesi di reclusione in primo grado a cinque anni di carcere. La Corte di assise di appello di Catanzaro ha ridotto la pena a carico di Marianna Roshka, ucraina di 33 anni, accusata di aver ucciso la figlia neonata  il 17 agosto 2015 in un’abitazione di Montepaone e di aver nascosto il corpo in una valigia all’interno di un armadio. I giudici della Corte hanno riqualificato uno dei capi di accusa quello di omicidio volontario in infanticidio, riducendo la pena per l’imputata, nonostante il sostituto procuratore generale avesse chiesto la conferma della sentenza emessa dal gup l’11 maggio 2017.  La donna era stata arrestata nel dicembre 2015 in esecuzione di un ordinanza di misura cautelare vergata dal gip Pietro Scuteri. Furono i carabinieri della Compagnia di Soverato a scoprire la vicenda dopo una segnalazione arrivata dal pronto soccorso del locale ospedale, dove la donna, residente in provincia di Varese ma in vacanza a Montepaone insieme ai familiari, si trovava. Era andata in ospedale dicendo di non sentirsi bene, ma i camici bianchi  avevano immediatamente individuato i segni di un parto recente.

La ricostruzione del gip. Erano le 6 del mattino del 17 agosto del 2015, quando la giovane ucraina residente ad Origgio, in vacanza a Montepaone insieme ai suoi familiari, si reca in bagno al piano di sotto dell’abitazione dei suoceri. Lo aveva fatto ripetutamente nel corso della nottata appena trascorsa, dicendo ai suoi congiunti di accusare dolori al basso ventre. Ma questa volta, si chiude a chiave per circa un’ora, dando alla luce la sua bimba all’interno della vasca da bagno, dopo nove mesi di gestazione. E’ viva, la madre strappa con le mani il cordone ombelicale, si lava accuratamente. Avvolge la piccola in un asciugamano, coprendole soprattutto la testa per non farla respirare. Risale al piano di sopra, ripone prima il corpicino in una busta di plastica legandola alle due estremità e poi all’interno di una valigia rossa, nella stanza degli altri suoi due figli, in mezzo ad altre valigie. Nei frangenti che precedono il parto sono presenti dei familiari in casa. Malgrado l’insistente preoccupazione palesata dai parenti che con lei coabitano, la donna ribadisce di avere solo mal di pancia.

La volontà di eliminare ogni traccia. Per il gip firmatario dell’ordinanza “trapela l’ossessiva preoccupazione di eliminare ogni traccia del bambino, affinché nessun familiare potesse accorgersi del parto, tant’è che la donna  li rassicura più volte della sue condizioni di salute, provvedendo con estrema normalità ad aiutare i bambini nei preparativi per andare al mare” insieme al compagno per poi rimettersi a letto. Solo l’emorragia rivela il dramma. E’ il suocero a soccorrerla trovandola accanto al letto con le ginocchia sul pavimento e la testa tra le braccia con accanto diverse asciugamani intrise di sangue. E a portarla in ospedale  è il convivente, al quale ancora una volta la donna nega l’avvenuto parto,  così come gli aveva negato la gravidanza, perché a dire della donna “lui il terzo figlio non lo voleva… nascondendo il pancione con una pancera”, sino a quando si lascia andare con il personale medico del reparto di Ginecologia e Ostetricia confessando quanto accaduto.

La versione dubbia della madre. Il giudice per le indagini preliminari non ritiene credibile la versione fornita dalla donna  al pubblico ministero e ai carabinieri di Soverato delegati alle indagini, secondo cui lei avrebbe sentito un forte bisogno di spingere ed è “fuoriuscito per intero il bambino, con la testa in avanti. Mi sembra che fosse con la faccia rivolta sul fondo della vasca. Non ho sentito alcun gemito. Se non ricordo male aveva il cordone avvolto attorno al collo. Ho cercato di staccare il cordone con le mani e ci sono riuscita. Il bambino era di colore cianotico, livido. L’ho preso e l’ho leggermente sollevato dal fondo della vasca, mi sono accorta che non c’era movimento. Intendo che quando l’ho sollevato, non si muoveva e avendo quel colore ho pensato che fosse morto. Per quanto ricordo, dopo che avevo partorito, mentre stavo uscendo dalla vasca, ha bussato alla porta del bagno il mio compagno per chiedermi se andava bene”. L’esame autoptico e il correlato approfondimento istopatologico hanno escluso la presenza di malformazioni della neonata o una sofferenza perinatale. La piccola è morta perché “soffocata dalla madre o per comportamenti comunque riconducibili alla madre… (in un primo momento) l’ha abbandonata per terra, nuda, per pulirsi e per pulire la vasca”.

© Riproduzione riservata.

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