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Il Catanzaro, la fine di un sogno e quell’irreversibile retrocessione sociale di una città

di Felice Foresta – Lo so, con quello che abbiamo alle spalle e che ancora non vuole andar via, ha un valore relativo. Assai relativo. Quasi ridicolo. La sconfitta in una partita di calcio non è una cosa seria al cospetto della tragedia che ha inghiottito persone e speranze. Spicchi di vita e di futuro. La sconfitta, la rabbia e il dolore, se così si può chiamare, celano, però, quella voglia di riappropriarsi della propria identità umana da cui siamo stati costretti ad allontanarci. Sono un modo per sentirsi vivi e, soprattutto, per fare leva su tutte le nostre capacità di riscatto e di ribellione. Per superare una delusione, però, il primo passo è un’analisi lucida, equilibrata e onesta. Per capire i propri sbagli e i margini reali per porvi rimedio. Il Catanzaro, ieri, ha perso ed è uscito dai play off. La sconfitta è venuta a margine di una prestazione sciapa, a tratti sconcertante, e se vogliamo irriverente verso tutti i tifosi che, anche ieri, sono stati costretti a soffrire in cattività. Al contrario di pochi eletti, presenti sugli spalti. La partita è stata tra le peggiori della stagione, e dopo un girone di ritorno sfavillante, che ci ha emozionato e inorgoglito.

La verità sta nel mezzo

E allora? Allora, la verità, come sempre, sta nel mezzo. L’esatta dimensione dei ragazzi di Calabro non era, forse, quella che ha furoreggiato, dentro e fuori casa, nella seconda parte del torneo e, neppure, quella incolore di ieri. L’esatta dimensione del mister non era quella di un mago, come fino a ieri, si pensava. E, neppure, quella modesta sfoggiata meno di 24 ore fa al Ceravolo. E allora? E, allora, forse è giusto che la nostra corsa sia finita qui, ieri. Contro una squadra decisamente messa meglio in campo che, a Gorgonzola, credevamo fosse un pezzo di cacio da ingioiare tutta in una volta. E allora? E, allora, forse, nel ricostruire, dopo l’ennesima delusione nei playoff, dopo l’ennesima delusione della società economicamente più solida che il Catanzaro abbia mai potuto vantare, è da ripensare qualcosa. O, forse, tutto. Il Catanzaro, nel corso della sua storia, è sempre stata una squadra di sostanza e di provincia. Pochi lustrini e molto sudore. Poche immagini e molto cuore. Sì, il calcio è cambiato. Si fa sugli highlights e non tra la polvere e l’olio canforato. Purtroppo, come per ogni evento, si gioisce e ci addolora più per i social che non per se stessi e per gli altri.

Una sconfitta per fare tesoro

E allora? E allora prendiamo, anche questa volta, sulla nostra groppa il peso della sconfitta, di una sconfitta che ci relega nell’alveo della terza serie che, come città, ci sta anche bene. Perché Catanzaro è da anni in una irreversibile retrocessione sociale e, se vogliamo, anche umana. Di questa sconfitta facciamo tesoro. Magari, ricostruendo senza rivoluzionare. Immaginando, da inizio campionato, una compagine equilibrata in tutti i reparti. Pianificando un progetto tecnico che, forse, in questi ultimi anni non c’è mai stato. Di questa sconfitta facciamo tesoro. O almeno, proviamoci. Con più cuore e meno apparenza. Per la nostra città che arranca e che dal calcio ha sempre tratto linfa vitale e forza propulsiva. Per i nostri figli cui la pandemia ha già rubato tanto, e che, domani, purtroppo potranno raccontare poco o nulla della loro regina del Sud. Che, anche ieri, è caduta da cavallo. Rovinando i nostri sogni di cristallo.

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