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“Clinica degli orrori” nel Catanzarese: bocciato l’appello della Procura, ma reggono le accuse

anziani picchiati

di Gabriella Passariello- E’ passato troppo tempo per accogliere l’appello con cui la Procura ha chiesto al Riesame di applicare la misura cautelare ai due infermieri professionali, Caterina Serratore di Filadelfia e Marco Amoroso di Catanzaro, imputati a vario titolo per maltrattamenti e sequestro di persona nell’ambito dell’inchiesta sul San Francesco Hospital, soprannominata la “clinica degli orrori”.  “Sono ormai decorsi tre anni dalla commissione dei fatti contestati, circostanza che se aggiunta al fatto che i due imputati sono incensurati, induce il collegio, pur nella fondatezza della prospettazione accusatoria, ad escludere l’attualità delle esigenze cautelari”. Una decisione quella del Tribunale del Riesame di Catanzaro, presidente Ermanna Grossi, a latere Michele Cappai e Valeria Isabella Valenzi, adottata pur confermando tutte le accuse del sostituto procuratore Stefania Paparazzo, ritenendo sussistenti i gravi indizi in capo a Serratore e Amoroso, per avere entrambi violato l’obbligo di segnalare e sollecitare lo stop del trattamento di contenzione, cui era sottoposto il paziente Cianflone, legato con una pettorina alla sedia a rotelle, a sua volta agganciata al corrimano del muro. Uno stato di contenzione mai annotato nel diario clinico, se non il 5 settembre 2017, quando il dirigente sanitario ordina di rinnovare il trattamento di contenzione per Cianflone che era caduto dalla sedia a rotelle, nel tentativo di liberarsi da quelle “catene”.

“Legato ad una sedia a rotelle senza motivo”

I giudici rilevano che “la contenzione meccanica integra un presidio restrittivo della libertà personale”, che non ha né una finalità curativa, né produce materialmente l’effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente. Anzi può provocare, se non utilizzato con le dovute cautele, lesioni anche gravi all’organismo, determinate non solo dal pressione esterna del dispositivo contenitivo, quali abrasioni, lacerazioni, strangolamento, ma anche dalla posizione di immobilità forzata cui il paziente è stato costretto. “Questo vuol dire che non è assolutamente ammissibile – scrive il Riesame nel dispositivo – l’applicazione della contenzione in via precauzionale e continuativa sulla base della astratta possibilità di un danno grave alla persona, ma occorre  l’esistenza di un pregiudizio concreto, riscontrato da elementi obiettivi”. Cianflone, come emerge dai file audio video analizzati dagli inquirenti, non appare essere una persona aggressiva e autolesionista e ancora meno affetta da patologie psichiatriche, tali da richiedere a sua tutela la totale immobilizzazione.

“Infermieri incapaci di vigilare sui pazienti”

Le ragioni per le quali Cianflone è stato, quindi, sottoposto a questo “calvario”, oltre a non essere giustificate, si pongono al di fuori di qualsiasi contesto terapeutico. Ci si trova, in sostanza, di fronte, a un’ipotesi di illecita privazione della libertà personale, dettata da mere esigenze organizzative del personale, “incapace di vigilare su tutti i pazienti contemporaneamente”. Per i giudici non è nemmeno accettabile, l’ipotesi difensiva in base alla quale Cianflone veniva legato alla sedia anche di notte, costretto a dormire seduto, perché poteva scavalcare le sbarre del letto e cadere: dagli atti risulta che quando queste sbarre non venivano applicate, il paziente dormiva sdraiato senza problemi. Il paziente, sottolinea il Riesame, si agitava proprio per l’esigenza di liberarsi dalla stretta della cintura di contenzione, se così non fosse, del resto non si spiegherebbe, il motivo per cui quando venivano a trovarlo i parenti, il paziente veniva accompagnato a braccetto dagli infermieri.

Il sequestro di persona

E non può nemmeno condividersi il rilievo del gip, secondo cui i parenti, consci delle condizioni di Cianflone non hanno mosso obiezioni, “poiché sui sanitari grava un obbligo di tutela e diligenza che prescinde da eventuali consensi dei parenti all’esecuzione di pratiche limitative della libertà personale”. Una condotta omissiva quella tenuta da Serratore e Amoroso, inadempienti al dovere di protezione del paziente, privato della libertà personale. E’ proprio per questo i giudici concordano con il pm: entrambi gli infermieri devono rispondere anche del reato di sequestro di persona.

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