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Comune Catanzaro, Chi? Marco? Marco…Oddio, Oddio, Oddio!

di Danilo Colacino – “Oddio, chi parla? Oddio, chi è? Oddio chi? Ciro? Dove? Oddio, Oddio, Oddio…”. Esclamò urlante e confusa, più o meno così, una comprensibilmente sconvolta Sandra Milo, esattamente 30 anni fa (l’8 gennaio 1990), durante la trasmissione pomeridiana di Rai3 ‘L’amore è una cosa meravigliosa’. Titolo peraltro parecchio evocativo di un programma in cui dal sentimento più specificatamente inteso di coppia si passò in un battibaleno a quello di madre, la Milo appunto, a cui in un periodo ancora distante da telefonini e social network si stava in diretta riferendo del figlio Ciro rimasto gravemente ferito in un incidente stradale. Un pezzo di storia della televisione, al netto di qualsivoglia considerazione, quello in cui la svampita Sandrocchia – già ‘burrosa’ musa ispiratrice (diciamo così) dell’impareggiabile regista romagnolo pluripremiato da Hollywood a Cannes Federico Fellini e del meneghino potente Premier e leader socialista Bettino Craxi – fu verosimilmente vittima di uno scherzo (di pessimo gusto) o di una sceneggiata (molto ben architettata) per alzare l’indice di gradimento di un format con evidenti problemi di audience. 

Abramo dopo Gettonopoli doveva alzare lo share un po’ come Sandrocchia. Gli stessi problemi di share e popolarità, che in una sorta di trasposizione dalla tv alla politica, aveva accusato l’avvenente Sandrocchia (decenni fa, come ovvio, malgrado sia sgradevole rimarcarlo nei confronti di una Signora) li ha tuttavia subìti il sindaco Sergio Abramo e il suo entourage dopo l’inchiesta Gettonopoli, ormai arcinota pure alle cronache nazionali. Già, perché l’indagine della Procura catanzarese sulle presenze alle Commissioni presuntivamente taroccate è fin qui costata le dimissioni effettivamente presentate da una manciata di consiglieri comunali e assessori, quelle solo annunciate di parecchi loro omologhi, e soprattutto il ritiro della pattuglia consiliare e assessorile di Forza Italia decisa dal coordinatore provinciale Mimmo Tallini ma non ‘digerita’ e poi eseguita da alcuni dei forzisti. Eppure sembra paradossalmente che, quasi a seguito di un abile gioco di prestigio, proprio le telecamere di Non è l’Arena e l’apparente disdoro gettato sul capoluogo calabro dal racconto dello spaccato emerso dalla gestione della res publica cittadina – offerto al Paese dall’emittente di Urbano Cairo – abbiano dato una mano, anche piuttosto grossa, al neoleghista Abramo e in particolare al fidato presidente del civico consesso Marco Polimeni, il cui padre Lino (noto e anche coraggioso conduttore televisivo locale) ha reagito all’intervista del figlio a la7 quasi con la veemenza della Milo. Forte, dunque, l’indignazione per il figlio, enfant prodige dell’Amministrazione dei Tre Colli, esposto al fuoco di fila mediatico dei nostri colleghi (Telese, Cecchi Paone ecc.) e degli opinionisti (De Girolamo) con conseguente stato di prostrazione psicologica patita dal giovane rappresentante istituzionale. 

I Polimeni assai meno di lotta (padre) e parecchio di più di Governo (figlio). L’atteggiamento pilatesco (a detta del papà) mostrato nei confronti di Marco ha determinato la furia social del caro Lino rimasto purtroppo per lui inascoltato, perfino all’indirizzo del pargolo medesimo, con conseguente richiesta di dimissioni collettive a partire nientemeno che dal dirompente passo indietro dell’adorato primogenito. Una dura presa di posizione che gli è valsa un pubblico encomio in diretta da parte di Giletti – e di tutto il…cucuzzaro del talk – e un invito in pompa magna in studio. Tutto giusto e perfetto, allora? Mica tanto. È successo infatti che, malgrado l’ira funesta di omerica memoria del genitore, la famiglia Polimeni – a dispetto delle apparenze e del polverone alzatosi – è rimasta, com’era del resto prevedibile fosse, poco di lotta e assai di Governo nel ‘ramo non cadetto’. Niente forfait di Marco, quindi. Apparso ripresosi in fretta dall’asserito (sempre da Lino) danno di immagine determinatosi al piccolo schermo e mostratosi ancor più graniticamente al fianco del sindaco.

Gli effetti della caciara fin qui riepilogata, forse all’inizio poco voluta ma nel prosieguo tanto cercata, su Giunta e Consiglio di Palazzo De Nobili. Il primo cittadino – al netto di ogni valutazione – di fronte all’onda che sembrava sbattergli addosso, travolgendolo, ha vacillato sì e no un paio d’ore. Forse addirittura meno. Il tempo, in sostanza, che gli è servito per riunirsi con i fedelissimi nel momento in cui si è ‘palesata la fragorosa notizia’ di un Tallini risoltosi in modo fulmineo per staccargli la spina. È in quel frangente, infatti, che dopo un vorticoso e frenetico giro di telefonate, armato di carte e penna per mettere crocette e pallini sull’elenco dei componenti della civica assise (‘pro o contro’ di lui) ha ben presto tirato un sospiro di sollievo. E lo ha fatto rendendosi conto di potersi giovare della ‘fedeltà al mandato’ di molti suoi oppositori, in fin dei conti solo sulla carta ma in realtà presunti, quali su tutti il rivale alle elezioni comunali del giugno 2017 Enzo Ciconte e l’ex capogruppo del Pd a Palazzo De Nobili Lorenzo Costa, pur per la verità alle recenti Regionali assai vicini (per loro ammissione) al centrodestra ‘fu occhiutiano’ e poi santelliano. Senza contare altri membri dell’assise, affatto manifestatisi sul punto, quali ad esempio Giovanni Merante e Antonio Trifiletti o il silenzioso – a riguardo e non solo nella spinosa vicenda – Eugenio Riccio, che però si è sempre fatto fatica a identificare quale intransigente avversario del Sergiun ormai salviniano. 

Capitolo Costanzo, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. E l’omonimo del nuovo epigono di Alberto da Giussano in riva allo Ionio, Costanzo? Ce lo siamo dimenticati? Ci ha inibito con il post su presunti incarichi, che ci avrebbero dato (pur, ‘birboni’, senza premurarsi di avvisare)? No, certo che no. Ma dobbiamo dare atto di una sua garbata telefonata in cui ci ha spiegato che dispone della propria firma e, al massimo, di quella della collega di lista e Movimento Cristina Rotundo. Altro che manovre per salvare Abramo, sostiene. Solo la volontà di non fare il gioco di Fi e di dare forfait unicamente laddove ci fosse la certezza della ‘decisività’ del gesto. In modo da poter vantare: “Il Consiglio cade per mano mia, non di altri (per giunta a lui graditi come il fumo negli occhi, ndr)”, e l’ottenimento della garanzia di non ricandidatura al Comune degli ‘ammutinati’. Dichiarazioni a noi spontaneamente rese, che ci preme quindi riportare!

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