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Consiglio regionale, Notarangelo: “Se il primo focolaio fosse stato in Calabria?”

Centro Solidarietà Calabrese

“Ora che il peggio sembra alle spalle – almeno così ci auguriamo – possiamo essere sinceri tra di noi.

Ce lo siamo chiesti tante volte, tutti, nel silenzio delle nostre case nel rifugio obbligato della quarantena: ma se il primo focolaio del Coronavirus in Italia fosse stato in Calabria, se fosse esploso a queste latitudini, come sarebbe finita? La risposta l’abbiamo sentita ripetere decine di volte: male, molto male. E il pericolo, lo sappiamo bene, è tutt’altro che passato. Che il sistema sanitario calabrese è messo male non ce lo racconta la propaganda politica, né il destino cinico e baro. Decine di ricerche, analisi, graduatorie – da ultimo quella di Demoskopika – parlano del peggiore sistema sanitario d’Italia.” Questo l’intervento del consigliere regionale del Partito Democratico, Libero Notarangelo.

“Questo eccellente risultato è il frutto di un combinato di negatività che hanno come comune denominatore la parola “tagli”: ai fondi, al personale, alla credibilità di un apparato di vertice che troppo spesso viene affiancato alla clientela politica piuttosto che alla professionalità ed al merito, all’eccellente preparazione e formazione. E prima di andare avanti in questa veloce disamina, soffermiamoci prima di tutto su questo concetto. Ogni anno si registrano percentuali altissime di mobilità passiva e i calabresi scelgono di affidarsi alla sanità del Nord anche solo per un’unghia incarnita a causa di quelle classifiche che raccontano di una sanità al collasso, la sanità degli ospedali fatiscenti e delle siringhe pagate a peso d’oro. Ma proprio il coronavirus, paradossalmente, ci ha ricordato che si sono formati in Calabria, nella facoltà di Medicina e Chirurgia di Catanzaro, medici di una preparazione e di una bravura straordinaria, che nulla hanno da invidiare agli Atenei del Nord civilizzato. Luigi Camporotaha studiato per esempio, lo pneumologo a cui è stato affidato il primo ministro inglese affetto da coronavirus e che vive da anni nella metropoli britannica dopo aver lasciato la sua città ha studiato a Catanzaro, sua citta natale. Cosi come tantissimi altri professionisti in Italia ed all’estero come Rosario Canino, calabrese originario di Taverna, ed è il direttore sanitario dell’ospedale Cremona, come il dottor Raffaele Bruno, Direttore Malattie Infettive Policlinico San Matteo di Pavia che il presidente Santelli ha voluto nella sua task force per l’emergenza sanitaria.

TAGLI&SPRECHI I tagli al personale per migliaia di unità hanno ucciso la sanità. Da tre mesi a questa parte insistiamo a chiamarli “eroi”, ma i medici, gli infermieri gli OSS sono professionisti costretti a turni massacranti con stipendi non adeguati, spesso precari con la mannaia del mancato rinnovo del contratto, vittime della stessa politica che oggi li osanna in televisione. Secondo il “Rapporto Sanità 2019” del Centro studi Nebo, a livello nazionale la forza lavoro ospedaliera dal 2010 fino al 2017 ha subito un taglio al personale in media del 6,6%. Si va però dal 2.7% della Lombardia e lo 0.9% del Veneto, al 9% di regioni come Puglia e Sicilia. In Calabria lo studio parla di 3800 dipendenti in meno dal 2010 al 2017. Nello specifico si va da tagli per il 15% del personale medico al 13% di quello infermieristico. Passando per il 24% in meno di figure tecnico-professionali. Questo ha portato a un impoverimentodell’offerta sanitaria. Vogliamo parlare dei posti letto? Dal 2000 al 2013, secondo l’elaborazione del “Quotidiano Sanità” sui dati del ministero della Salute, la Calabria è passata da 9.915 posti letto a soli 5.874, con un taglio netto (e tutt’altro che indolore) del 40,7%. E se in questo modo nel 2013 la Calabria aveva appena 3 posti letti ogni 1000 abitanti, nel 2018 sono diminuiti ancora diventando solo 1,95 ogni mille abitanti. Un drastico taglio complessivo, dal 2000 al 2018, di circa il 60%. Sei posti letto ogni 10 negli ospedali calabresi. Ma ce ne ricordiamo adesso, quando pensavamo alle terapie intensive che sarebbero potute servire per salvare vite umane, e non sapevamo dove allestirle. E volutamente non parlo dello spreco di denaro pubblico causato dalle gestioni allegre delle Asp, dei debiti, del sistema di doppi o tripli pagamenti a strutture private convenzionate, in poche parole delle infiltrazioni criminali nella gestione della sanità pubblica, di quella disorganizzazione non casuale pensata per favorire il privato. Mi limito a riportare le parole del procuratore Nicola Gratteri che qualche tempo fa, nella trasmissione “Presa diretta”, ha spiegato molto bene quella che è la situazione con una acuta riflessione: “C’è un disordine organizzato che riguarda soprattutto l’apparato della pubblica amministrazione, dove molte volte dentro c’è la ‘ndrangheta. Non è possibile che il 75% o più del bilancio della Regione sia destinato alla sanità, ma questa poi non funzioni”. E ancora.

Da un recente rapporto Eurispes Italia 2020, emerge che al Sud la spesa sanitaria pro – capite è più bassa anche del 50% rispetto al Nord, dove maggiori finanziamenti pubblici consentono di garantire livelli qualitativi dei servizi più elevati. La ripartizione dei fondi per la sanità, ad esempio, acquisisce maggiore peso in base all’età della popolazione ed al numero di anziani, privilegiando le regioni del Nord, a scapito di territori più poveri, come il nostro, dove si muore prima e dove vi è un’elevata percentuale di malati cronici.Se la Calabria ricevesse una somma proporzionata al suo fabbisogno reale, non dovrebbe essere commissariata: un calabrese vale il 16% in meno di un ligure. Quindi la nostra regione non solo è penalizzata nella distribuzione delle risorse nazionali, ma soprattutto si è sempre ritrovata una mala gestione di tali risorse. E non dimentichiamo che nel 2019 la mobilità passiva vale il 10 per cento del fondo sanitario regionale. L’emergenza sanitaria da coronavirus ci ha ricordato che investire nella sanità pubblica è fondamentale. La riduzione delle spese sanitarie per far tornare i conti di bilanci erosi dagli sprechi e dai vantaggi indirizzati ai privati hanno ristretto il diritto fondamentale dei cittadini alla salute, soprattutto in Calabria. A proposito della gestione dell’emergenza da Covid 19 in Calabria, più di qualche interrogativo ce lo siamo posto in queste settimane che ci hanno visto protagonisti della cronaca nazionale e non solo per la querelle con il Governo per il valzer delle ordinanze.

VILLA TORANO Ma non è la diatriba sui tavolini finita davanti al Tar che ci ha allarmato, quanto la vicenda della RSA di Villa Torano per esempio. Parliamo di 78 persone – 42 pazienti e 36 operatori – che sono state contagiate e cinque pazienti sono morti in condizioni sospette; l’amministratore e il direttore sanitario sono indagati per omicidio colposo. Senza entrare nell’albero genealogico dei rapporti tra gli amministratori della RSA di Torano e la maggioranza che governa questa Regione, penso che non si può negare l’esistenza di un conflitto di interessi in questa vicenda ancora non chiara, che in ogni caso dovrebbe indurvi a rivedere a fondo i rapporti con la sanità privata.

TAMPONI E vogliamo aprire il capitolo dei tamponi? Delle oltre diecimila persone – tante sono quelle che si sono registrate sul portale della Regione dai primi di maggio – solo poco più di 5.100 sono state sottoposte al test dagli operatori dei laboratori mobili che nei primi giorni dell’esodo erano stati dislocati tra stazioni ferroviarie, aeroporto di Lamezia e autostrada A2. Quanto a quelli sui quali sono stati eseguiti, molti sono ancora in attesa del risultato secondo Filippo Larussa, segretario regionale del sindacato dei medici dirigenti Anaao. Difficoltà confermate nei giorni scorsi dai 1.500 tamponi rimasti nei frigoriferi senza essere analizzati. Dall’inizio dell’epidemia la Protezione civile ha inviato qui 147.600 tamponi. Ma ne sono stati effettuati fino ad ora nemmeno la metà: 58.588, in base all’ultimo bollettino diramato dalla Regione. Cosa che, secondo l’ultimo rapporto di Altems (la scuola di economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica di Milano) colloca la Calabria agli ultimi posti in Italia per numero di tamponi eseguiti. Quante domande a cui magari avrebbe potuto rispondere una certa Task Force creata dalla presidente Santelli a supporto dell’Unità di crisi regionale.

SANITA’ PUBBLICA Allora, che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, non è un insieme di parole messe a caso per riempire gli spazi liberi della Costituzione italiana: l’articolo 32 ci spiega perché la sanità non può che essere pubblica. E l’importanza di ritornare ad investire sulla sanità “pubblica”, ci è stata confermata proprio in occasione della pandemia: nei Paesi dove la sanità è privata il servizio non ha funzionato, non ha fatto altro che incrementare le disuguaglianze. La Politica in questa fase ha il dovere di riprendere in mano la situazione proprio perché la sanità è uno dei pilastri fondamentali dell’organizzazione di una società che ha il diritto di guardare al futuro con fiducia, con una prospettiva di incremento della qualità e della aspettativa di vita. La Calabria deve poter contare su una buona sanità, non sugli scongiuri all’insegna del “io speriamo che me la cavo”. La riforma del titolo V della Costituzione (L. Cost. 3 del 2001), il federalismo che di fatto frammenta il Servizio Sanitario Nazionale in 20 Servizi Sanitari Regionali, invece di garantire a tutti i cittadini i Livelli essenziali di assistenza (LEA) non ha fatto altro che incrementare il solco di una risposta sanitaria a due velocità: le regioni del Nord, ricche e capaci di assicurare servizi di qualità, contro le regioni del Sud, più povere, in deficit e con Piani di rientro. Con territori dove i servizi offerti dalle strutture ospedaliere trovano il giusto completamento nella medicina territoriale ed altri, come quello calabrese, assolutamente scollegati e disorganizzati. Il federalismo non ha fatto altro che inasprire diseguaglianze e disparità territoriali e di censo: aumenta la percentuale delle persone che rinunciano alle cure, ma anche di quelle che emigrano per curarsi. Riguardo proprio questo punto ed in particolare sul trasferimento delle risorse da parte del governo per la sanità, di certo ha sempre influito in negativo un’enorme divisione ed una perenne conflittualità della politica sia in Calabria che nelle altre regioni meridionali e tra le regioni del sud stesse. Mi spiego meglio: possibile che non vi sia unità nel chiedere a gran voce e tutti insieme se non il ritiro di ogni progetto di “autonomia differenziata” almeno la cancellazione di ogni riferimento alle parole “spesa storica” come criterio di riparto delle risorse finanziarie? E qui, badate bene, non si tratta di colore politico, bensì di difesa della salute dei calabresi tutti. L’emergenza covid ci ha rimarcato al necessità di tornare ad un servizio sanitario nazionale capace di redistribuire i servizi ed i presidi su tutto il territorio del Paese. Non basta intervenire in emergenza: serve programmare, gestire l’ordinario nell’ottica della prevenzione, rifondare (ma in Calabria in realtà dovremmo dire “fondare”) il sistema territoriale come primo baluardo di difesa non solo contro il Covid 19, riconversione e riordino dell’intera rete ospedaliera. E’ arrivato il momento di scardinare il principio consolidato nella visione politica – da destra a sinistra – della sanità usata come mezzo di costruzione del consenso, di ospedali “pennacchio” usati come strumento di pressione e scambio elettorale. E’ così che sono state sprecate tante risorse pubbliche: mantenere posti letto in ospedali sempre più piccoli piuttosto che favorire la costruzione di poli qualificati per la medicina territoriale.

Il salto di qualità nella tutela del diritto alla salute, anzi per un ritorno al diritto alla salute, passa per la costruzione di un Piano di rilancio della medicina del territorio fatto di strutture vicine ai cittadini capaci di erogare servizio di primo e secondo livello superando il blocco della burocrazia e delle liste d’attesa, grazie all’operato dei medici di famiglia associati tra di loro, garantendo la continuità assistenziale, specialistica, diagnostica di base, punto prelievi. Strutture di prossimità, insomma, che prendono in carico i cittadini, anche nella cronicità delle patologie, e che diventano punto di riferimento nei territori più isolati, diventando il filtro verso gli ospedali. Non si svuotano in questo modo i Pronto soccorso? E’ il momento del coraggio: investendo di più e con oculatezza su infrastrutture, tecnologie e risorse umane, ma anche sulla ricerca e, nel contempo, sulla difesa dell’ambiente, mettendo da parte le logiche di parte si rilancia la sanità pubblica e con essa la speranza di una Calabria migliore.”

 

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