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Coronavirus, guardare ad occhi aperti: le riflessioni del dott. Taverniti

Nell’intervento di ieri lei ha cercato di offrire una visione complessiva del problema con un approccio indiretto, ricorrendo alla rappresentazione metaforica della realtà che stiamo vivendo. Mi riferisco alla teoria della carrozza di Gurdjieff sull’essere dormiente e la necessità di un suo risveglio.

La sua è una precisa scelta metodologica o un modo speculativo di agire? E soprattutto le domando. E’ sicuro che ciò sia funzionale allo scopo che si vorrebbe raggiungere, ossia rendere la comunicazione maggiormente fruibile e soprattutto accessibile a tutti?

La Comunicazione è una scienza estremamente complessa, ha le sue regole e i suoi precisi dettami. Io sono un neofita in questo senso, pur essendo fratello di una persona che in vita è stato non solo teorico ma docente emerito di scienza della comunicazione, oltre che giornalista professionista e Direttore RAI. Da lui ho imparato l’arte dell’equilibrio, della moderazione, dell’umiltà e del rispetto indispensabili quando si intraprende un cammino non solo informativo ma anche formativo.

Avendo una innata e istintiva tendenza alla asserzione, a volte apparentemente arrogante e veemente, oltre che presuntuosa, dei miei convincimenti, ho imparato a difendere il mio diritto a mostrare e dimostrare la vera realtà della mia natura, e il mio preciso dovere di non indurre gli altri per mie colpe in errori interpretativi.

Questo mi ha portato circa venti anni fa ad iniziare a scrivere favole per bambini, inizialmente per tentare di educare i miei figli alla conoscenza, smussando gli angoli acuti dell’impegno e della fatica che questo comporta, e cercando di far nascere dentro loro quella scintilla di gioia, allegria e spensieratezza che serve per un approccio sereno al sapere.

Sta forse facendo riferimento all’antico concetto che…per rendere più accettabile ingoiare la pillola amara sia necessario indorarla? Se non ricordo male lei ha parlato di strategie comunicative da parte di Noam Chomsky. Non è anche questa una strategia allora?

Guardi, nessuna cosa esistente al mondo, è di per se semplicemente, o esclusivamente, buona o cattiva. Tutto dipende dall’uso che si decide di farne. Ogni strumento esistente, dal coltello al martello, dalla parola allo sguardo, dalle tecnologie più avanzate alle conoscenze già acquisite, racchiude in se un potenziale costruttivo o distruttivo.

Una carezza può consolare o incutere timore, una parola può rasserenare o intimorire, ferire, uccidere.

Io uso la metafora delle favole quale strategia comunicativa, col solo intento non certo di raccogliere consensi ma con l’esclusivo obiettivo di stimolare la curiosità e lo stupore di chi ascolta per invitarlo poi a procedere oltre solo per scelta.

Ha una metafora ha a nostra disposizione per una corretta e fedele rappresentazione di quanto sia già accaduto, stia accadendo oggi, e soprattutto potrebbe accadere domani.

Assolutamente si. E la sua efficacia e validità è confermata dal feedback positivo che ho ricavato in occasione delle riunioni da me tenute, e sollecitate a titolo personale, in ambito scolastico con gli Istituti della nostra città fin dai primissimi giorni del problema a fine febbraio.

In quelle circostanze, rese possibili grazie alla cortese disponibilità offertami dai Direttori didattici, ho avuto la possibilità di illustrare loro ciò che ancora era quasi impossibile non solo capire, ma anche solo intravedere ai più.

Ed ho usato appunto la tecnica della rappresentazione metaforica.

Ci può illustrare brevemente nel dettaglio di cosa si tratta

Ricordate i video dello Tsunami del 2004, girati dai bagnanti in Thailandia?

Normali scene di vita da spiaggia, in una atmosfera di serena normalità.

Un uomo che legge il giornale, una signora che si spalma la crema, una ragazza che prende il sole, un bimbo che gioca con la sabbia.

E all’improvviso accade qualcosa di diverso, improvviso, inaspettato.

Un ragazzo in acqua incomincia a correre velocemente e a ritroso verso la spiaggia, agitando nervosamente le mani, apparentemente senza un perché. Nessuno ci fa caso, fin quando al primo non se ne associano altri, che incominciano a catturare l’attenzione dei bagnanti e a suscitare la loro curiosità.

C’è chi pensa a un semplice gioco, chi li considera solamente strani, chi li critica per l’eccessiva esuberanza, ma anche chi incomincia a chiedersi se ci sia un motivo. Incominciano ad arrivare all’orecchio degli astanti una serie di messaggi incomprensibili, apparentemente non senso, di difficile interpretazione, che scatenano una ridda di supposizioni a riguardo.

Nessuno è in grado di affermare con esattezza cosa stanno cercando di dire questi ragazzi, e questo determina confusione, smarrimento che generano a loro volta paralisi decisionale, fino alla immobilità e panico.

Tutto accade in pochi minuti, e in una semplice successione di istanti la mancanza di un pensiero, e di una consapevolezza comune, impedisce a chiunque di agire efficacemente.

Nessuno fa ciò che dovrebbe, per esempio stare in silenzio e provare ad ascoltare con attenzione le urla dei ragazzi, e provare ad andare via dalla spiaggia in tempo, magari portando con se malati,anziani, bambini, etc. Qualcuno invece incomincia a fare ciò che non dovrebbe, per esempio andare verso la spiaggia per provare a vedere di persona o prendere un ombrellone per provare a ripararsi da quella strana onda che sembra lo stia per investire.

La sola verità è che forse nessuno sbaglia più dell’altro, nessuno può sapere in realtà cosa stia per accadere, perché le verità oltre ad essere quasi sempre relative, sono dimostrabili nella maggior parte dei casi solo a posteriori.

Però una cosa è certa. Pur non avendo alcuna certezza su quali saranno le conseguenze dell’evento cui sta assistendo, e nemmeno la presunzione di supporlo, chi sta in alto sul promontorio di fronte la spiaggia, o anche soltanto sui balconi delle stanze di albergo fronte mare, ha una visione chiara che un’onda anomala si sta dirigendo pericolosamente verso la terra ferma.

L’onda arriverà comunque, perché questo è il suo momento, ma non averla vista in tempo ha sicuramente peggiorato la situazione, e i danni che ha prodotto sono sicuramente più grandi di quelli che si sarebbero potuti contenere se tutti fossero riusciti ad agire in maniera più equilibrata, collaborativa e condivisa.

Questo è il paradigma forse più assimilabile a questo Tsunami, che ha investito la comunità internazionale, nel quale la prima onda sanitaria che ha travolto molte persone è stata seguita da un’onda addirittura più grande, quella mediatica della distorsione informativa, che potrebbe comportare anche un numero maggiore di vittime.

E in una inevitabile successione di onde, come insito in qualunque fenomeno naturale, arriveranno poi quelle di natura sociale, economico-produttiva, e tante altre ancora.

Ecco che a questo punto sorge spontanea una prima riflessione sul senso, valore e limiti non solo del diritto di accesso alla informazione, ma anche e soprattutto del suo uso indiscriminato, incontrollato e pretenzioso.

Io credo che il primo dovere in capo a chiunque si accinga, per obbligo o senso di responsabilità, a svolgere compiti e attività di natura  conoscitiva/formativa/informativa/divulgativa riguardanti problematiche di qualsiasi natura e fattispecie, è sicuramente quello di evitare qualsiasi deriva personalistica, astenendosi dal trarre, e fornire, ai destinatari informazioni derivanti da analisi, interpretazioni e conclusioni frutto di convincimenti, deduzioni o anche semplici opinioni e pareri personali.

La comunicazione, per essere veramente utile ed efficace, deve essere non solo completa, esaustiva, chiarificatrice,facilmente accessibile e fruibile da chiunque, ma anche scientificamente e razionalmente quanto più possibile aderente alle verità accertate, e accertabili,nei singoli casi.

Chi comunica ha prioritariamente il dovere di educare se stesso alla conoscenza, approvvigionandosi dunque per l’assolvimento dello scopo solo ed esclusivamente alle fonti ufficiali, evitando tassativamente di dare credibilità a fonti differenti.

Chiunque si serva di Informazioni, deve sempre ricordare che la produzione delle stesse è in capo solo a una fetta praticamente irrisoria e trascurabile della popolazione, i cosiddetti “produttori”, essendo tutti quanti gli altri, nessuno escluso, semplici “utilizzatori” delle medesime.

Per riuscire a capire realmente a quale categoria si appartenga è necessaria una dote nobile. L’umiltà. Ma l’umiltà si nutre di verità, e la verità ha bisogno per esistere di essere continuamente supportata dalla consapevolezza e dalla conoscenza, ossia la coscienza di se, dei propri reali limiti, capacità, attitudini, competenze. E questo in un’epoca intrisa non solo di individualismo sfrenato ma anche di schizofrenica presunzione, diventa un miraggio.

Ma ci resta una possibilità, una finestra aperta sulla luce.

Chi invece ha ben presenti questi concetti, ed ha l’onestà intellettuale di riconoscerne la valenza e di rispettare gli adempimenti che ne derivano, si può dire al riparo dal rischio di una possibile distorsione comunicativa, cosciente e/o inconsapevole.

Chi invece non ha, o non utilizza, cultura, senso civico, educazione è privo di valori essenziali quali: reale concetto di verità, senso di responsabilità, dovere e rispetto del prossimo, conoscenza del diritto naturale e positivo.

E’ proprio nell’ottica, e rispetto, di tutto quanto sopra precisato, che ho deciso di aderire al vostro invito di condividere con voi informazioni, della cui veridicità e attendibilità scientifica, posso garantire essendo state acquisite con le modalità dovute sopra indicate.

Redazione Calabria 7

© Riproduzione riservata.

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