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Coronavirus, il prof Boccuto: Gli Usa si sono inguaiati eppure niente lockdown (seconda parte)…

di Luigi Boccuto e Danilo Colacino 

Eravamo rimasti alla prima parte del racconto di ieri con il prof Luigi Boccuto, assalito dal dubbio di essere in preda al Covid-19.

Affetto, cioè, dal Coronavirus, dubbio fondato su una febbre che non accennava a diminuire e problemi respiratori pur non gravi, subito insorti nella sua sede di lavoro americana al rientro da Sidney, dove si era recato la terza settimana di gennaio, essendo stato invitato a un importante congresso scientifico internazionale.

Dopo tre giorni davvero complicati, la febbre scese. E io decisi di risparmiarmi il viaggio in ospedale anche perché, in base alle informazioni che avevo raccolto, tutti i soggetti positivi al test virologico effettuato sarebbero stati posti in isolamento presso l’Università di Duke, in North Carolina (a circa 4-5  ore di viaggio da dove vivo, vale a dire Greenwood nel South Carolina).

I sintomi andavano per giunta affievolendosi con normali cure da banco (paracetamolo e sciroppo per la tosse) e le conoscenze del momento lasciavano pensare che il Sars-CoV-2 fosse per lo più un virus da tutto-o-niente, ovvero che colpisse in altri termini quasi esclusivamente anziani conducendoli a seri quadri di polmonite interstiziale e molto spesso alla morte. 

Ritenni allora che tutto sommato avessi avuto solo una forte influenza o un altro virus preso durante il mio lungo viaggio aereo. E a tutt’oggi non mi sono sottoposto al test, non sapendo se ho contratto il virus anche se personalmente – e sulla base di un minimo di esperienza in campo medico – credo proprio di sì.

Nel frattempo l’eco del Coronavirus negli Usa andava attenuandosi: i casi negli stati occidentali erano contenuti con successo, gli organi di Governo ‘proclamavano’ il successo delle misure adottate e si riferivano al Covid come a un virus ‘straniero’. Una sorta di guaio degli altri.

E anche in Europa si contavano alcuni casi isolati, compresi i due turisti cinesi ricoverati (e trattati con buon esito) nello Spallanzani di Roma. L’attenzione generale statunitense non era certo rivolta al Sars-CoV-2, insomma, anche in virtù delle tensioni in politica estera e soprattutto delle campagne elettorali in preparazione delle Presidenziali di novembre con i vari candidati democratici impegnati a testa bassa nelle primarie in molti Stati e il presidente Donald Trump concentrato sull’attacco a ognuno dei suoi potenziali avversari. 

All’improvviso, però, la pandemia esplode: prima nel Nord Italia, poi nel resto della Penisola e in altri Paesi europei. Ma niente da fare.

L’atteggiamento dell’amministrazione Trump non cambia di una virgola: il Virus viene considerato al pari di un’influenza e mentre l’Italia inizia a chiudere attività pubbliche e private, il presidente Usa afferma sicuro che la situazione è sotto controllo e non c’è bisogno di chiudere o limitare alcunché. Neppure i voli internazionali. 

Sotto il profilo sanitario, qui la situazione è come noto connotata dal federalismo che contraddistingue la legislazione in materia e la predominante componente privata di cliniche e ospedali orienta gran parte delle strategie. 

I tamponi sono in dotazione solo al Cdc (Centers for Disease Control and Prevention, una sorta di agenzia del territorio) per cui se si dovessero presentare dei casi sospetti va inoltrata richiesta allo stesso Center più vicino a sé, che non si troverà necessariamente nel proprio Stato di residenza, il  quale manderà una delegazione di 2-3 persone nel giro di 24-48 ore per effettuare il tampone nasale. I risultati dovrebbero essere disponibili nel giro di 48 ore al massimo, anche se ho avuto testimonianze dirette di membri del personale clinico sintomatici che hanno dovuto aspettare, a casa, fino a 12 giorni o pure di più. 

Ecco allora che, in barba all’ostentata sicurezza di Trump e dei collaboratori, il virus ha raggiunto il territorio americano ai primi di marzo. O, meglio, lo ha raggiunto di nuovo, considerati i casi di gennaio, e vari focolai sono scoppiati in molte grandi città degli Stati Atlantici: New York su tutte. 

Eppure ancora oggi non vengono assunte decisioni forti: si incoraggia il social distancing, ma senza multe o limitazioni ufficiali.

Ci sono però realtà pubbliche e private come parecchi College che, per via dei casi positivi avuti e per precauzione, hanno disposto di sospendere tutte le attività nel Campus e tenere online lezioni, esami e riunioni varie, con la parziale limitazione dei voli da e per i Paesi europei più colpiti (esclusa, ad esempio, la Gran Bretagna).

Rimangono tuttavia aperti uffici e scuole, senza contare che in mancanza di un preciso ordine governativo i privati lavorano regolarmente.

La terza e ultima parte della panoramica sugli Usa ai tempi del Coronavirus sarà proposta domani, sempre intorno alle 15.30

 

© Riproduzione riservata.

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