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Coronavirus infetta anche le nostre menti, l’allarmismo non aiuta

coronavirus

di Andrea Marino – L’Oms lancia l’allarme infodemia sul coronavirus: circolano troppe notizie false, la psicosi di massa nasce e cresce principalmente a causa loro.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel suo report sul nuovo coronavirus (il Covid-19), ha lanciato l’allarme sul fenomeno della “infodemia”, ovvero la “sovrabbondanza di informazioni, alcune accurate altre no, che rende difficile per le persone trovare fonti sicure e indicazioni affidabili quando ne hanno bisogno”. Inoltre il generale allarmismo è dettato spesso da informazioni che risultano false, le cosidette fake news, le quali hanno dato il via ad una vera e propria psicosi di massa.

La situazione è preoccupante tanto da essere stata considerata, una vera e propria emergenza. Dopo le ultime novità poi, il web è letteralmente esploso. Il primo morto in Italia, il rapido contagio del virus, sono stati fattori che hanno incrementato l’afflusso di lettori sull’argomento. Compresi tali pericoli, l’Oms sta cercando di individuare quali sono le notizie false più diffuse sul web e di rispondere sul proprio sito e sui propri canali social garantendo a tutti solo notizie acclarate. In questa prima parte della rubrica andremo a scovare, una dopo l’altra, tutte le principali fake news che sono circolate negli ultimi giorni sul coronavirus, in Italia e non solo, che hanno alimentato l’allarmismo generale in un modo del tutto immotivato e gratuito.

Il coronavirus non è stato creato in laboratorio come arma batteriologica cinese

Partiamo da quella più famosa. Una fake news, che circolava molto nei giorni scorsi in Italia e non solo, identificherebbe come colpevole della creazione del coronavirus, un laboratorio segreto dal governo cinese. Il virus poi, si sarebbe diffuso tramite un tecnico della struttura che, contagiato, lo avrebbe inconsapevolmente diffuso all’esterno. A Wuhan, la città cinese considerata il focolaio del virus, c’è in effetti un centro di ricerca su virus e batteri col massimo livello di sicurezza (livello 4), ma il legame tra questo laboratorio e la diffusione del virus rimane finora del tutto infondato. Inoltre, sempre secondo questa teoria, il coronavirus non sarebbe altro che un’arma batteriologica sfuggita di mano al governo cinese. La teoria del virus-arma creato in laboratorio e da qui  “fuggito”, è nata da un’intervista data a un quotidiano statunitense da un «esperto» israeliano di armi batteriologiche, Dany Shoham.

Tuttavia il quotidiano in questione è il Washington Times, testata notoriamente poco affidabile legata al movimento religioso della Chiesa dell’Unificazione nato oltre mezzo secolo fa in Corea del Sud. Il Times citava le dichiarazioni di tal Dany Shoham, presunto ex ufficiale dei servizi segreti israeliani. La smentita arriva a stretto giro dallo stesso ex del Mossad, il quale ha chiarito successivamente di aver detto al Washington Times che “ad oggi non c’è alcuna prova che ci sia stato un incidente” tramite il quale si sia diffuso il virus, sottolineando soprattutto come un collegamento tra il coronavirus e il programma di sviluppo di armi batteriologiche cinesi sia infondato. Aggiunge anche che “l’intero contagio potrebbe avere ovviamente un’origine naturale, come sembra essere la via più probabile al momento”.

Successivamente, a rilanciare la notizia è stato l’americano Francis Boyle, professore di diritto presso l’Università dell’Illinois in un’intervista video rilasciata al sito Geopolitics and Empire. Secondo Boyle, esperto di bioterrorismo, “il coronavirus è un’arma da guerra biologica creata in un laboratorio di Wuhan e l’Organizzazione mondiale della Sanità ne è già a conoscenza”. Il laboratorio di Wuhan incriminato però, non è affatto un “centro segreto” ma è il frutto di una collaborazione internazionale (in particolare con la Francia, ma non solo).

Difficile ipotizzare che, se anche il governo cinese avesse voluto creare un virus-arma, lo avrebbe fatto qui, dove hanno accesso anche esperti di Paesi stranieri. Sarebbe stato difficile crearlo e tenerlo segreto. Infine, anche seguendo la semplice logica, il coronavirus non sembra avere le caratteristiche di un virus-arma: ha infatti un raggio di diffusione molto ampio e una mortalità molto bassa. Un’arma batteriologica in quanto tale, può sì avere un ampio raggio di diffusione ma con un tasso di mortalità nettamente superiore.

Trump colpisce la Cina a colpi di virus

La bufala della guerra batteriologica era probabilmente troppo invitante per non ricamarci sopra un’altra variante. Nasce quindi la variante americana, portata avanti dalla disinformazione russa secondo cui viene confermata la creazione del virus ad opera dei militari, ma non nei laboratori cinesi bensì in quelli statunitensi con l’obiettivo di colpire i rivali d’Oriente intraprendendo una guerra attraverso nuove modalità. Lo scenario risulta quasi un’apocalisse hollywoodiana ma, nell’era digitale, una “notizia” del genere tende a proliferare: vi è anche chi dopo aver appreso la notizia inizia a schierarsi dall’una o dall’altra parte in cerca di torti e ragione.

Il coronavirus non è stato creato per vendere vaccini

Altra notizia molto diffusa sul web a proposito del coronavirus, avrebbe svelato che il suo propagarsi, è in realtà una macchinazione pianificata dai colossi delle industrie farmaceutiche. Quest’ultimi sarebbero già in possesso del vaccino ma in attesa di una diffusione su scala globale, creando così un business per venderlo. Questa notizia è falsa. Ad oggi infatti, non esiste ancora alcun vaccino noto per il coronavirus Covid-19: è stato ribadito più volte.

Le bufale che parlano dell’esistenza di un brevetto si riferiscono in realtà a vaccini per tipi di coronavirus precedenti a quello attuale, che si erano diffusi in diversi luoghi del pianeta negli anni passati. In particolare, la notizia riguarda il brevetto di un vaccino di un virus, classificato come «Coronaviridae» da parte del Pirbright Institute. Il brevetto in questione è però relativo a un vaccino per la prevenzione delle malattie respiratorie in alcuni animali, non nell’uomo, e non c’entra nulla con il coronavirus. Per quest’ultimo, invece, in Cina è stata da pochi giorni annunciata la sperimentazione sui topi con esiti incoraggianti, ma dovranno trascorrere alcuni mesi e molti test prima di poter giungere ad una cura definitiva.

Alcuni medici thailandesi del Rajavithi Hospital di Bangkok affermano di aver effettuato con successo trattamenti su pazienti affetti da coronavirus con una combinazione di farmaci utilizzati contro l’influenza e contro l’HIV. I risultati hanno portato a miglioramenti notevoli dopo 48 ore. Come riporta il Jerusalem Post in questo modo è stata guarita anche una paziente cinese di 70 anni di Wuhan. Secondo quanto spiegato dai medici, questo nuovo approccio nella cura del coronavirus ha notevolmente migliorato le condizioni di salute dei pazienti sottoposti a questo tipo di terapia.

Tuttavia anche in questo caso, come spiegato da Somsak Akkslim, direttore generale del dipartimento dei servizi medici, è ancora prematuro sostenere che questo tipo di trattamento possa essere utilizzato con successo su tutti i pazienti. Ha infatti prontamente ribadito che questa combinazione di farmaci non può essere considerata come una cura definitiva (in altri due casi, ad esempio, ha provocato reazioni allergiche). Akkslim ha spiegato ai giornalisti che per ora, tale trattamento, verrà applicato solamente ai casi più gravi.

I migranti che sbarcano in Italia non portano il virus

Un’altra narrazione decisamente pericolosa e nociva è quella che associa gli sbarchi di migranti sulle coste italiane al pericolo del coronavirus. L’infelice notizia però non ha alcun fondamento e ad oggi non esiste alcuna prova di un legame tra sbarchi e virus. I migranti arrivano per lo più dall’Africa, dove a conti fatti non è stato confermato nemmeno un caso di contagio.

Inoltre al loro arrivo vengono sottoposti a un rigoroso screening medico, e questo accadeva anche prima che si diffondesse il coronavirus dalla Cina. Infine, le autorità internazionali da noi contattate – in particolare lo European Center for Disease Prevention and Control (Ecdc) – hanno smentito l’esistenza di qualsiasi prova a sostegno di questa correlazione tra sbarchi e virus. In poche parole, chi ha messo in circolo questa “notizia” non è altro che il malcontento verso gli immigrati e l’odio razzista che una nutrita schiera di italiani prova nei loro confronti.

Avere paura non è un crimine: la situazione richiede anzi tutta l’attenzione necessaria per opporsi al contagio e alla diffusione del virus. Affrontare tale emergenza con superficialità è il vero crimine. Le informazioni fatte circolare sul web dovrebbero essere esclusivamente finalizzate alla diffusione delle corrette pratiche preventive e alla collaborazione per il raggiungimento di una cura. Spesso però si trascende la semplice divulgazione delle attuali condizioni dei contagi e, come abbiamo visto, si crea il panico dalla disinformazione. E’ la fame di visibilità la prima causa di contagio del coronavirus: è già abbastanza “virale”, non aiutiamolo a fare più danni.

 

© Riproduzione riservata.

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