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Da Tropea a Soverato, cercasi disperatamente lavoratori stagionali: “Non è colpa del reddito di cittadinanza”

“La colpa della mancanza di lavoratori stagionali non è del reddito di cittadinanza”. Non ha dubbi in merito Domenico Cortese, membro della piattaforma a difesa dei lavoratori, che nei giorni scorsi è salita agli onori della cronaca in molte regioni dello Stivale, per aver affisso alcuni manifesti sull’annosa vicenda. È la campagna nazionale dell’Unione Sindacale di Base (USB), “Cercasi Schiavo”, approdata anche in Calabria. Oltre a trovarvi locandine lungo i litorali turistici calabresi ci saranno veri e propri presidi nelle mete turistiche più ambite come ad esempio Tropea, Soverato, Scalea, Reggio Calabria, Paola, Scilla, Schiavonea e a Pizzo dove ci sarà l’evento di chiusura a fine agosto ma anche il lancio della lotta al salario minimo.

I dati Istat

L’Usb evidenzia quindi che i dati Istat “smentiscono categoricamente le lamentele, dimostrando come anzi lo scorso anno il numero dei contratti stagionali sia aumentato di circa un terzo rispetto anche al periodo pre-pandemia (da poco più di 600.000 a 920.000) appare subito chiaro a chi abbia un minimo di senso critico che ci troviamo di fronte a un attacco frontale da parte del padronato per ridefinire al ribasso i contratti lavorativi”. E la colpa della carenza di stagionali è riferibile per l’unione sindacale di base alla classe imprenditoriale “che sempre più frequentemente confonde il concetto di lavoratore dipendente con quello di schiavo, potendo contare sempre di più sul tacito consenso di apparati statali sempre meno super partes e garanti di un equilibrio civile, ma che anzi arrivano ai limiti della complicità (come ad esempio le telefonate che spesso partono dall’ispettorato del lavoro verso quelle attività che potrebbero essere volte in flagrante nel non applicare i contratti ai propri dipendenti) e che getta fumo negli occhi dell’opinione pubblica spingendo per un turismo più intensivo come soluzione a tutti i mali, mentre invece nonostante i numeri di vacanzieri in crescita (così come quelli dei prezzi per servizi in spiaggia o dei coperti ai ristoranti) le condizioni di vita e gli stipendi dei dipendenti siano tragicamente immobili”.

La campagna “Cercasi schiavo”

E la campagna “Cercasi Schiavo” cerca di “unire il fronte degli sfruttati per reclamare condizioni per lo meno dignitose e combattere lo sfruttamento ricacciando una volta per tutte chi subisce una fascinazione per certe modalità di lavoro, là dove merita di stare: in un passato lontano e da lasciare dove sta”.
Tornando a Cortese, questi evidenzia che “la stagione turistica in Calabria – afferma – non si può fare sulle spalle dei dipendenti. Le assunzioni vanno regolarizzate e retribuite per come prevedono i contratti nazionali collettivi”. Il tema dello sfruttamento dei lavoratori sta ormai tenendo banco da settimane in questa ennesima rovente stagione estiva, ma il precariato è nella natura del lavoro stagionale. Gli ammortizzatori dedicati a questo tipo di lavoratori si integrano con il Reddito di cittadinanza, creando una situazione dove i percettori del Rdc devono scegliere se avere un lavoro per 3 mesi o il sussidio per un anno. Una scelta difficile, ma che incide sullo sviluppo economico della Calabria che senza assunzioni rischia di pagare un prezzo altissimo in prospettiva futura. “Il precariato – sottolinea ancora il rappresentante civico – non è ciò a cui ambiscono lavoratori. Se riuscissimo ad avere dei contratti nel settore turistico che durino il più possibile, daremmo la possibilità a molti lavoratori di usufruire con contratti più lunghi e agli imprenditori di assumere a tempo indeterminato una percentuale di dipendenti. Questo è il vero obiettivo da perseguire, perché è giusto che ogni persona possa avere un impiego continuativo per dodici mesi all’anno”.
E lo stesso discorso, a giudizio di Cortese, vale in qualsiasi settore, poiché in tutti i campi ci sono “grosse difficoltà a trovare manodopera specializzata. Oggi, soprattutto.in Calabria, si fatica a trovare personale e, in teoria, tutti sono disposti a pagare di più i dipendenti. Alla prova dei fatti però – conclude – il discorso poi é diverso, ma, è certo, che quando un’attività ha successo i benefici sono per tutti”. (f.p.)

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