Calabria7

Dal porto alla grande distribuzione, così la ‘ndrangheta controllava la piana di Gioia Tauro: 53 arresti

Quarantaquattro in carcere, nove ai domiciliari, accusati a vario titolo di appartenere alla cosca di ‘ndrangheta dei Pesce di Rosarno ma anche di detenzione, porto e ricettazione illegale di armi, estorsioni, traffico e cessione di sostanze stupefacenti (marijuana e hashish). Ma anche un sequestro preventivo di tre società con sedi a Rosarno per un valore complessivo di oltre 8,5 milioni di euro. E’ in estrema sintesi il frutto dell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e scaturito all’alba di oggi nella maxi operazione congiunta condotta da Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza.
La Squadra Mobile – con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e con la collaborazione delle omologhe strutture investigative di Vibo Valentia, Torino, Foggia, Imperia, Asti, Benevento, Cagliari, Napoli, Prato e Rovigo, nonché con il supporto operativo di numerosi equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine – ha dato esecuzione a 49 misure cautelari nei confronti altrettanti soggetti. Il Ros dei Carabinieri e il Gico della Finanza hanno eseguito misure cautelari personali nei confronti di altri 4 soggetti e sequestrato una cooperativa agricola – con annessi capannoni industriali e terreni – e un’impresa individuale – avente ad oggetto l’esercizio di attività agricola, con relativi terreni – per un valore di stimato di oltre 8,5 milioni di euro.

Operazione Handover

L’operazione di polizia scaturisce dalla convergenza investigativa di due attività di indagine – quella condotta dalla Squadra Mobile denominata Handover e quella svolta dal Ros e dal Gico di Reggio Calabria denominata Pecunia Olet – coordinate dal procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e dai sostituti procuratori Francesco Ponzetta e Paola D’Ambrosio, nei confronti della cosca Pesce di Rosarno, articolazione di ‘ndrangheta ramificata sul territorio di Rosarno e comuni vicini e con interessi sia in ambito nazionale che all’estero. Le attività hanno consentito di disarticolare le proiezioni della cosca “Pesce”, sia sul fronte delle attività tipicamente criminali, connesse alla gestione del traffico di stupefacenti, alle estorsioni ed al “controllo” delle commesse di lavori gestite dalla Autorità Portuale di Gioia Tauro riguardanti opere interne all’area portuale, sia sul fronte economico/imprenditoriale, destrutturando la gestione monopolistica da parte della cosca – attraverso accordi collusivi con un gruppo imprenditoriale siciliano, con mire espansioniste in territorio calabrese – del settore della grande distribuzione alimentare e della gestione delle attività economiche collegate alla grande distribuzione. Nello specifico, l’inchiesta Handover rappresenta la prosecuzione dell’operazione Recherche, nell’ambito della quale, il 04 aprile 2017, vennero eseguite numerose misure cautelari nei confronti di esponenti della potente cosca Pesce di Rosarno per associazione mafiosa e associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. In quella circostanza, riusciva a sottrarsi alla cattura Antonino Pesce, classe 1992, che veniva successivamente localizzato e catturato nel marzo del 2018 a Rosarno dagli investigatori della Squadra Mobile e del Servizio Centrale Operativo. Rispondono di associazione mafiosa 13 indagati, accusati di aver fatto parte della cosca Pesce, con il ruolo di dirigenti e partecipi. Sono invece accusati di aver preso parte all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti 13 persone in qualità di promotori, dirigenti e partecipi. Altri indagati rispondono di cessione di sostanze stupefacenti. Le indagini hanno consentito di documentare diversi episodi di detenzione ai fini di spaccio di quantitativi, anche ingenti, di sostanza stupefacente. Altri indagati sono ritenuti responsabili di numerose estorsioni, per diverse migliaia di euro, consumate e tentate in danno di privati cittadini, imprenditori ed operatori economici, nonché di detenzione di armi anche da guerra. Alcuni soggetti sono indagati a piede libero per intestazione fittizia di beni.

Operazione Pecunia Olet

L’indagine Pecunia Olet ha riguardato l’infiltrazione della cosca Pesce nel tessuto economico rosarnese relativo alla Grande Distribuzione Organizzata, con particolare riferimento alla gestione dei trasporti su gomma per il rifornimento di generi alimentari. “La presente attività – sottolinea un comunicato della Finanza – si pone in continuità rispetto ad analoga indagine denominata “All Inside” (anno 2010) nel cui ambito vennero eseguite numerose misure cautelari per associazione mafiosa e vennero accertate le ingerenze del cartello ‘ndranghetista Pesce-Bellocco nella distribuzione delle merci dirette verso alcuni punti vendita del gruppo imprenditoriale Sisa (parte estorta) nella piana di Gioia Tauro. Le odierne investigazioni hanno consentito di documentare l’esistenza di strette relazioni criminali tra la cosca Pesce ed un gruppo imprenditoriale siciliano attivo nella gestione di supermercati e con mire espansionistiche anche in Calabria dove, per ottenere vantaggi economici, non ha esitato a stringere accordi collusivi con la ‘ndrangheta, traendo così vantaggio dal potere mafioso esercitato dalle cosche sul territorio. Detto accordo prevedeva che i Pesce avrebbero gestito in maniera monopolistica lo stoccaggio e l’intero settore dei trasporti su gomma delle merci destinate a rifornire i punti vendita al dettaglio del gruppo. L’imprenditore colluso, conscio della mafiosità dei suoi interlocutori, ha cercato di mettersi al riparo da possibili indagini nei suoi confronti creando – sostengono gli inquirenti – una sorta di schermo, stipulando formalmente accordi commerciali diretti con una sola azienda di autotrasporti pulita riferibile a soggetti incensurati la quale, a sua volta, affidava i trasporti ad ulteriori imprese (padroncini) di gradimento del sodalizio che, in tal modo, si è assicurato, attraverso una gestione monopolistica del settore dei trasporti, un incremento del potere economico e del prestigio criminale sul territorio”.
Secondo le indagini l’apice dell’escalation imprenditoriale della holding siciliana (iniziata nel 2009) è stato raggiunto nel 2014, allorquando il gruppo era presente sul territorio calabrese con: un centro di distribuzione e smistamento delle merci a Rosarno; tre punti vendita a gestione diretta (uno a Rosarno e due a Reggio Calabria); quattro punti vendita a gestione indiretta, concessi in affitto (due a Reggio Calabria, uno a Catanzaro ed uno a Cosenza); sei punti vendita legati da rapporti di affiliazione/somministrazione (uno a Gioiosa Jonica, due a Melito Porto Salvo, tre a Reggio Calabria]. “Nonostante l’accordo collusivo con i Pesce – sottolineano gli investigatori – il gruppo imprenditoriale siciliano, secondo le più tradizionali regole di ‘ndrangheta, nel momento in cui ha aperto un punto vendita a Rosarno ma nel territorio sul quale la signoria mafiosa è esercitata da altra cosca, quella dei Cacciola, è stato costretto a versare regolarmente somme di denaro a titolo estorsivo a questi ultimi, al fine di mettersi al riparo da azioni ritorsive e proseguire l’attività commerciale in tranquillità”.

Il commercialista di Rosarno e il “meccanismo collusivo”

Per l’accusa il fulcro di questo complesso meccanismo collusivo è rappresentato da un commercialista di Rosarno, regista anche di attività connesse alla gestione ed all’occultamento/schermatura del patrimonio illecitamente accumulato dalla cosca Pesce della quale è risultato esserne partecipe a tutti gli effetti, avendo egli messo a disposizione della ‘ndrangheta sé stesso e le sue competenze in materia societaria, contabile e fiscale, andando ben oltre la funzione tipica del mandato professionale. La figura del professionista era già emersa in precedenti attività di indagine in cui egli è risultato essere in contatto con ambienti della criminalità organizzata rosarnese, oltre che il tenutario delle scritture contabili di diverse aziende riconducibili ad esponenti della cosca Pesce. “L’indagine Pecunia Olet – scrivono gli inquirenti – ha disvelato come, in realtà, il commercialista era da tempo profondamente inserito nel contesto ‘ndranghetista rosarnese nel quale si muoveva con assoluta dimestichezza e spregiudicatezza, tanto da assumere il ruolo di referente delle cosche, venendo al contempo visto da chi aveva intenzione di intraprendere iniziative sul territorio come colui che, proprio in ragione dei suoi legami con la ‘ndrangheta, era in grado di instradarle nel solco delle regole dell’asfissiante controllo ‘ndranghetista sulle iniziative economiche o imprenditoriali intraprese o proseguite. Nell’ambito dell’affare riguardante la grande distribuzione organizzata, oggetto di indagine, il professionista: ha assunto il ruolo di garante degli interessi della cosca curandoli da vicino, avendo egli ricoperto anche cariche societarie all’interno di aziende del gruppo siciliano; si è adoperato per individuare i locali a Rosarno in cui la holding ha allestito il centro di smistamento merci (locali riferibili ad affiliati della cosca Pesce) ed un punto vendita al dettaglio (risultato di interesse della cosca Cacciola); ha individuato le imprese ingaggiate per l’effettuazione dei lavori di ristrutturazione da eseguire presso tali immobili; ha riscosso direttamente parte dei proventi estorsivi per poi destinarli agli affiliati, adottando anche le necessarie soluzioni contabili; ha mediato tra imprenditori e cosche in relazione alle vicende legate alle richieste estorsive ed ogni altra problematica legata al funzionamento degli accordi; in occasione del cambio della ditta unica inizialmente incaricata di avere rapporti diretti con la holding siciliana si è adoperato per verificare l’idoneità di una seconda ditta subentrata (sempre riferibile a contesti di criminalità organizzata), curando anche il passaggio di consegne; ha messo a disposizione il suo studio di commercialista per incontri con elementi di vertice della cosca Pesce al fine di dirimere controversie sorte all’interno della cosca in relazione alla gestione delle estorsioni. Il commercialista, emerso quale interlocutore privilegiato degli elementi apicali delle cosche rosarnesi, è stato da questi direttamente coinvolto nelle problematiche interne al sodalizio, svolgendo un concreto ruolo di mediatore degli equilibri interni alla cosca Pesce riferibile a divergenze tra i diversi rami familiari in merito alla spartizione delle estorsioni”. Secondo l’accusa, infine, il professionista, attraverso un collaudato modus operandi caratterizzato dalla costituzione di società cartiere, intestazioni fittizie e periodiche modifiche delle compagini societarie, avrebbe creato soluzioni apparentemente lecite per preservare da eventuali indagini il patrimonio illecitamente acquisito dalla cosca Pesce.

LEGGI ANCHE | Maxi blitz nella piana di Gioia Tauro, scacco ai Pesce di Rosarno: 53 arresti (VIDEO)

Colpo ai Pesce di Rosarno, dal commercialista ai poliziotti indagati: chi va in carcere e chi ai domiciliari (NOMI)

© Riproduzione riservata.

Articoli Correlati

Gattino ucciso a Gioia Tauro, la lotta sui social va avanti

Carmen Mirarchi

Omicidio Willy, la Procura: “L’intenzione era quella di uccidere”

Giovanni Bevacqua

Regionali, il messaggio di Boccia a De Magistris: “Non lasciamo la Calabria alla destra”

bruno mirante
Click to Hide Advanced Floating Content
Click to Hide Advanced Floating Content