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Dimesso dall’ospedale Pugliese con un infarto in corso muore in casa, famiglia attende risarcimento

di Maria Teresa Improta – Aveva un infarto in corso, ma lo hanno dimesso. Una volta arrivato a casa è morto. La causa che avrebbe portato al suo decesso sarebbe ricollegabile a una distrazione dei medici durante il cambio di turno. Un passaggio di consegne nel quale lo stato del paziente non è stato comunicato con dovizia di dettagli. Da dieci anni la famiglia attende giustizia. Piero Procopio era un fornaio di Catanzaro di 46 anni. Era caduto mentre stava lavorando, lamentava dei dolori al braccio al petto. Arrivato al Pronto Soccorso dell’ospedale Pugliese di Catanzaro, è stato eseguito un elettrocardiogramma che riferiva la presenza di “un infarto acuto precoce”, il cardiologo in servizio sulla diagnosi scrisse “si sospetta dubbio ischemico”. I colleghi del Pronto Soccorso però lo hanno mandato via dicendo di non preoccuparsi, perché non aveva nulla. Dopo un paio di giorni la figlia lo ha trovato nel letto ormai privo di vita.

L’iter legale

L’autopsia (disposta dalla Procura di Catanzaro dopo sette mesi) e le perizie medico legali hanno confermato che l’uomo è stato stroncato da un blocco cardiaco e che se fosse stato ricoverato sarebbe sopravvissuto con un semplice intervento chirurgico. Il procedimento penale nel quale risultavano indagati i sanitari che lo avevano preso in carico è stato archiviato. Il Tribunale di Catanzaro in sede civile ha invece condannato nel 2020 l’ospedale Pugliese a pagare i danni agli eredi, si attende ora l’esito del processo in Appello fissato per il 2024. L’Azienda Ospedaliera ha inizialmente fatto una proposta economica alla famiglia, assistita dallo studio legale Palermo di Catanzaro, raggiunto l’accordo ha poi scelto di aspettare la pronuncia del giudice.

La figlia: “L’Azienda Ospedaliera di Catanzaro non ha avuto nessuna pietà”

“Con la morte di mio padre abbiamo imparato che se stiamo male dobbiamo rivolgerci ai privati. Io, mia madre Ornella e mio fratello Giuseppe, – afferma Debora, la figlia – abbiamo perso il pilastro della nostra famiglia. Da lì tutto è crollato. Mia madre, aveva 39 anni era una casilinga e Giuseppe, all’epoca 16enne ha dovuto abbandonare la scuola ed è andato a lavorare per 10 euro al giorno per mantenerci. Dal 2011 abbiamo vissuto situazioni impensabili, momenti di sconforto, rabbia incessante e mortificazioni, perché la sua morte non è stata casuale. Non è giusto morire per un errore di distrazione. Abbiamo sporto denuncia e a distanza di 10 anni l’ultima perizia medico legale presentata alla Corte d’Appello di Catanzaro vede l’ennesimo medico affermare che mio padre poteva essere salvato se non lo avessero dimesso. Sapere che se non fosse stato per incompetenza e superficialità sarebbe qui con me oggi è una sofferenza indescrivibile”.

“Nessuna cifra potrà ridarci indietro nostro padre”

“Confido nella giustizia, – ammette Debora – nonostante i lunghissimi tempi di attesa, ma sono disgustata dalla malasanità del nostro ospedale. Nessuna cifra al mondo potrà ridarci indietro nostro padre, nessuna cifra potrà farlo tornare indietro a conoscere la sua cara nipotina. Per un grave e imperdonabile errore non c’è più. Era una persona molto buona, generosa, sempre sorridente, disponibile con tutti e la sua assenza pesa ancora oggi. Sarebbe stato un nonno premuroso e presente. Non ha potuto gioire con me, piangere con me, essermi vicino nei più grandi traguardi della mia vita. È una pena che mi porterò per sempre. Nonostante la mia vita e quella della mia famiglia siano state spezzate da quel maledetto errore, ancora oggi, dopo 10 anni e un processo vinto, l’Ospedale Pugliese-Ciaccio continua a dimostrarsi completamente insensibile. Abbiamo anche proposto un accordo transattivo, che però è stato rifiutato dopo il rinvio della sentenza. Nessuna pietà per me e la mia famiglia, pur avendoci privato del nostro papà. Attendiamo fiduciosi la giustizia”.

© Riproduzione riservata.

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