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Donna morta al sesto mese di gravidanza, la protesta a Cosenza delle attiviste Fem.In

“La perizia: Mariangela poteva essere salvata. Come lei, probabilmente anche Santina, morta di parto, o Maria morta per un banale intervento dovuto alla rimozione di una cisti; sono tante le donne morte in circostanze simili ma che sono state, in gran parte, dimenticate. Ogni volta che pensiamo a queste donne ci rattristiamo, ci arrabbiamo, ci vengono i brividi. Brividi anche di paura, perché verosimilmente potrebbe capitare anche a noi”. Chiedono giustizia le attiviste del gruppo ‘Fem.In Cosentine in lotta’ per Mariangela Simona Colonnese, la trentaquattrenne di Longobardi deceduta il 20 agosto scorso, quando era al sesto mese di gravidanza, nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Annunziata di Cosenza, che “poteva essere salvata”. Le attiviste hanno esposto uno striscione dinnanzi l’ingresso dell’ospedale: “Maria, Santina e Mariangela…basta morire in ginecologia”

“Servizi carenti”

“Da tempo – scrivono le attiviste su facebook – ne denunciamo gli orrori e ci battiamo affinché la sanità calabrese cambi, con particolare attenzione ai servizi e alle cure per la salute delle donne; servizi e cure che viviamo e, spesso, subiamo poiché ne soffriamo l’assenza – si tratta di quelli più carenti- in prima persona, sulla nostra vita e sui nostri corpi. Tra le tante: il percorso oncologico per le donne affette da carcinoma mammario deve ancora essere messo adeguatamente in piedi, mentre per il tumore all’utero è praticamente inesistente. Per quanto riguarda le nascite l’assistenza in sala parto è per lo più un miraggio e quando c’è ha contorni oscuri fatti di taglia e cuci non necessari o di manovre che somigliano più a torture. Di concerto, i consultori sono spesso scatole vuote e i centri per la diagnosi e la cura di endometriosi, ovaio policistico e altre patologie ormonali sono un lusso che da Napoli in giù non possiamo permetterci. Quante donne sono morte o sono invalide per questi motivi?”

“Continueremo a lottare”

“Tante, troppe sono le vittime di un sistema sanitario che- concludono – quando non sa dove tagliare, parte dalle donne, da sempre le vittime sacrificali preferite di un sistema di malaffare e privatizzazioni che, ci teniamo a ribadire fino allo sfinimento, ha responsabili fisici fatti di carne, ossa, volti e mani… sempre sporche di sangue. Ci uniamo alla sofferenza delle famiglie di tutte queste donne, al dolore quotidiano di tutte le altre che sono salve per miracolo, lotteremo fino all’ultimo respiro perché tutto questo non succeda mai più”.
© Riproduzione riservata.

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