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Donne contro la ‘ndrangheta, don Marcello Cozzi e il “doppio” coraggio di Cetta e Tita (VIDEO)

Cetta e Tita. Storie di donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e per averlo fatto hanno pagato con la vita. Don Marcello Cozzi, presidente della Fondazione nazionale anti-usura, già  vicepresidente di Libera, sacerdote antimafia che fa seguire i fatti alle parole con un sostegno concreto ai collaboratori di giustizia e alle vittime delle mafie, ricorda le storie di Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca e Rossella Casini nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne che lo riporta in Calabria per un evento, organizzato dall’assessore comunale alle Pari Opportunità Elisa Sestito, a Girifalco, in provincia di Catanzaro. “Quando raccontiamo queste storie – sottolinea don Marcello – non raccontiamo storie di vita di ‘Serie B’ ma raccontiamo storie di donne coraggiose, forse doppiamente coraggiose perché non solo hanno lottato per poter vivere il loro amore come una donna vuole fare, pienamente, ma hanno lottato anche per ribellarsi a quel sangue che gli scorreva nelle vene che è poi il sangue della ‘ndrangheta. Altro che differenziazione di vittime”.

“Sono state suicidate”

Le loro sono storie di “vittime innocenti” delle perverse logiche della “cultura” mafiosa e, in particolare, di quelle ‘ndranghetiste. Maria Concetta Cacciola muore a 31 anni nell’estate del 2011 dopo aver ingerito dell’acido muriatico. Qualche mese prima identico destinato era toccato a Tita Buccafusca, 37 anni, moglie di Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”. Entrambe avevano deciso di staccarsi di collaborare con la giustizia. Cetta si era rivolta ai carabinieri, Tita aveva iniziato a riempire i primi verbali salvo poi fare marcia indietro e tornare a casa. Don Marcello Cozzi ha rievocato la definizione “sono state suicidate”, termine ripescato dagli atti giudiziari perché quando si muore ingerendo acido muriatico “è difficile arrivare ad una conclusione e stabilire che si tratti di un omicidio ma sappiamo – ha rimarcato – che cosa significa ingerire acido muriatico e morire in quel modo: ore e giorni strazianti di agonia ma chi vuole uccidersi non lo fa in questo modo. Cetta e la stessa Tita non si sarebbero uccise dopo che hanno lottato tanto per poter avere una vita dignitosa e forse anche per questo chi ha condotto le indagini ha detto semplicemente sono state suicidate”.

Il vaccino della cultura per battere la ‘ndrangheta

Due storie significative raccontate in “Lupare Rosa”, uno dei tre libri scritti da don Marcello Cozzi, rispolverato nell’iniziativa di Girifalco alla quale ha preso parte anche il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci (LEGGI QUI).  “Attraverso le storie di queste donne, ma devo dire attraverso le storie di tante donne che in questi anni abbiamo accompagnato e stiamo ancora accompagnando – ha spiegato il sacerdote – ho avuto e abbiamo la possibilità di conoscere davvero che cos’è la ‘ndrangheta. Negli anni, impegnato su questo fronte, ho avuto la possibilità di conoscere tante vittime dell’usura e dell’estorsione, ma anche di parlare con tanti collaboratori di giustizia, non solo della ‘ndrangheta, e quindi la possibilità di entrare in quelle storie di morte, di violenza e di terrore. La ‘ndrangheta non è semplicemente e non solo un’organizzazione criminale che estorce, che spaccia o che traffica armi, no. È qualcosa di più, è un modo di concepire la vita ed è un modo di costruire relazioni è cultura, anzi mi permetto di dire, è anti-cultura”. Sub-cultura che si combatte con la cultura. Don Marcello traccia la linea da seguire: “Costruire culturalmente percorsi alternativi, per esempio facendo incontri come quello di questa sera, per esempio parlando nelle scuole con i ragazzi, per esempio far capire ai ragazzi che il mito del più forte, di chi grida di più, il mito dell’apparenza non paga. Io non posso dimenticare che nella storia di Tita, nella solo di Cetta, in quella di Angela tra le tante cose in comune c’è che loro sono rimaste abbagliate all’inizio dall’apparire di questi ragazzi che avevano soldi, avevano macchine e venivano da famiglie che vivevano nell’agio. Allora forse se ci si educa ad una cultura contraria che non è quella dell’apparire ma quella del sacrificio e di non volere subito tutto, penso che questa potrebbe essere una strada per poter contrastare la cultura ‘ndranghetista”. (mi.fa.)

 

 

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