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Duplice delitto a Vallefiorita, Grande Aracri fa i nomi dei killer e si discolpa: “N’amu lavatu i mani”

di Gabriella Passariello- Nel verbale di interrogatorio del 22 aprile scorso il falso pentito Nicolino Grande Aracri ricostruisce non senza cadere in contraddizioni e incongruenze il duplice omicidio di Giuseppe Bruno, boss di Vallefiorita e della moglie Caterina Raimondi, uccisi a colpi di Kalashnikov mentre stavano uscendo dalla propria villa alla periferia di Vallefiorita il 13 febbraio del 2013. Un efferato delitto su cui la Dda di Catanzaro è a caccia di riscontri per chiudere il cerchio su mandanti ed esecutori. Ed è il pm della distrettuale Domenico Guarascio ad incalzare il boss di Cutro sul movente, sul commando di fuoco, su chi ha autorizzato quell’agguato in cui l’obiettivo da centrare doveva essere solo Bruno, mentre la compagna sarebbe stata la vittima inconsapevole di essersi trovata nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. Grande Aracri riferisce nomi e cognomi di chi ha trucidato la coppia, perché i due killer, in quel periodo in stato di semilibertà, erano andati a casa sua accompagnati da Gennaro Mellea, definito dal boss come il referente su Catanzaro, descrivendolo, tra l’altro, come una persona scaltra. E sarebbero andati da lui, perché si raggiungesse la pace con Bruno: “Poiché hanno fattu tutti a pace nui vulissimu fare a pace pure nua. A questo punto io (Grande Aracri ndr) parlo con gli Arena, ci incontriamo al casolare, parlo con i Nicoscia, con tutti. E c’ho detto: ‘Perché on vidimu u ci facimu fare a pace a questi ragazzi?”.

L’ultimato del boss e la donna uccisa per sbaglio

Bruno, su chiamata, si è presentato al cospetto di Grande Aracri, che in quell’occasione gli ha precisato:  “Nua ni mintimu inta u menzu sulu ppe fare a pace, guerra un ne volimu fare. Mo regulatti. Tu a voi fare a pace?”. La risposta è stata negativa: “i problemi mie s’u dei mie e mi l’aju e guardare iu”. Dopo qualche giorno da quell’incontro, viene ammazzato: “e nell’agguato è caduta anche la moglie che dice che non l’avevano vista, praticamente sono stati in dovere, perché ammazzare na fimmina è una cosa grave. Sono ritornati da me e mi hanno detto “compà è successo chissu, è stato un errore, non lo abbiamo visto perché non c’era ‘nta a macchina, poi all’improvviso quandu amu sparato…”. I killer secondo il racconto di mano di gomma si erano nascosti dietro un muretto dal quale poi è sbucata la donna: “Poi se l’hanno sparata  direttamente o l’hanno sparata indirettamente io questo non lo so. A quel punto c’ho detto ormai le cose sono successe, io non voglio sapere niente. Questo fatto è una cosa grave… praticamente meno si sa, è meglio è, perché sennò la cosa non è vista bene.. non ne parlate più, chiuditilu su discursu e basta’. Grande Aracri racconta quello che i due killer gli hanno riferito: “sul posto c’erano entrambi, se c’era qualcun altro, io non lo posso dire con contezza, però loro mi hanno detto che erano tutti e due (…).  Diciamo Mellea u sapia s’omicidio alla fine. Sia io, che Isola e i Nicoscia ne volevamo uscire fuori”.

Ucciso per vecchi rancori e per l’affare eolico

Grande Aracri per chiarire come sono andati i fatti fa riferimento ad un articolo di giornale, dove si legge che a deliberare l’omicidio sarebbe stato lui, “mentre la vicenda è andata come vi ho descritto”, spiegando, inoltre, che Bruno è stato ammazzato per vecchi rancori e per l’affare eolico a Vallefiorita. “Si volianu spartire l’introito proprio delle pale eoliche. Addirittura io gli ho detto: se eventualmente questi qua non si mettono d’accordo, faciti saltare nu palu, ca poi ci parramu nua a chissi ca, e vedi che se vengono da noi gli diciamo noi come devono fare. Però in questo caso questo Bruno avia dittu che non voleva, non volia fare pace con nessuno, in pratica, mettiamo il discorso era questo poi alla fine. E poi n’amu lavatu i mani, on amu volutu sapira chiù nenta, perché diciamo noi c’abbiamo detto: “allora noi da oggi in poi non volimu sapira nenta”.

“Abbiamo deliberato  l’omicidio indirettamente”

Ma per la Dda i fatti raccontati dal boss di Cutro non sono affatto convincenti e il pm Guarascio mostra tutta la sua incredulità nell’apprendere che Mellea e i due killer sarebbero andati dal boss per ottenere “la pace” e non “un avallo”, un “mandato” ad uccidere : “questi sono venuti da voi per chiedervi, come si fa nella ‘ndrangheta, una autorizzazione a procedere?”. Una domanda che il pubblico ministero rivolge spesso al boss nel corso dell’interrogatorio e solo dopo varie smentite, tentando di dribblare sull’argomento, Grande Aracri arriva alla parziale ammissione: “No, no, no, ma l’autorizzazione era sottointesa oramai, perché alla fine, mettiamo quando noi ce ne siamo lavati le mani c’avia ditto: “ppe mia vi potiti ammazzare, ammazzatevi tutti”. Noi praticamente non è che lo abbiamo deliberato direttamente, indirettamente però è stata deliberato così”.

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