‘E’ tempo di felicità’, la nuova opera di Domenico Sorace: “Un romanzo dal sapore calabrese”

"Una prosa bella, un raccontare fascinoso, avvincente, ci sono un io e un tu che ci appartengono dentro"

di mons.Raimondino

“Se cerchi un tesoro devi cercarlo nei posti meno visibili…” Queste parole di Alda Merini sono la chiave di accesso al nuovo romanzo di Domenico Sorace. Come sempre, una prosa bella, un raccontare fascinoso, avvincente, ci sono un io e un tu che ci appartengono dentro. Anche questo suo romanzo, dal sapore calabrese, ci offre i temi classici dell’antropologia: viaggio, ricerca, stupore, amore, memoria, che vibrano come corde antiche e nuove nella mente e nel cuore dell’autore, riversandole come bevanda dissetante nel lettore.

“Se cerchi un tesoro devi cercarlo nei posti meno visibili…” Queste parole di Alda Merini sono la chiave di accesso al nuovo romanzo di Domenico Sorace. Come sempre, una prosa bella, un raccontare fascinoso, avvincente, ci sono un io e un tu che ci appartengono dentro. Anche questo suo romanzo, dal sapore calabrese, ci offre i temi classici dell’antropologia: viaggio, ricerca, stupore, amore, memoria, che vibrano come corde antiche e nuove nella mente e nel cuore dell’autore, riversandole come bevanda dissetante nel lettore.

I protagonisti: Alice, una giovane e bella ricercatrice universitaria, autonoma, sfrontata, di una supponenza provocante, tanto ironica quanto irritante. Andrea, apprezzato e attraente  docente di filosofia alla scuola superiore, figlio unico, sotto la custodia nevrotica di una madre vedova.  Dunque, Andrea e Alice: il conservatore e la progressista, l’archivista e la ricercatrice, il filosofo e la scienziata, l’animus e l’anima. Non sono due fidanzati, sono due innamorati, senza averne subito piena consapevolezza, poiché  “vengono dal passato” (p. 314). Non conformisti, non omologati alle mode del momento, non sono nostalgici, piuttosto memorativi.

Ecco alcune suggestioni derivate da una mia lettura, serena e riposante, del romanzo, che auguro e propongo a giovani e meno giovani. Per questo non entro nella trama (non voglio rovinare la curiosità dei lettori!), ma cerco di cogliere gli stimoli, respirare l’aria, incontrare domande e risposte a cui oggi non possiamo sottrarci e che, in questa storia, hanno una mirabile, deliziosa composizione.

La cifra primaria, dicevamo, è il viaggio, l’homo viator, l’esplorazione dentro la memoria, l’esperienza  di un eros puro, una vicinanza seducente che genera la meraviglia. Parlando in termini tradizionali: non un viaggio di nozze, ma per le nozze, e penso così a Cadmo e Armonia che  tutto l’Olimpo festeggia, in una aurora di cieli nuovi e terre nuove.

Con Andrea e Alice ci muoviamo dall’Aspromonte alle Ande, dalla Certosa di Serra San Bruno al Monte Athos, obbedendo a regole della natura e a regole, assurde secondo Alice, degli uomini e delle istituzioni. In Perù, sul Machu Picchu, nella civiltà degli Inca, sperimentiamo  lo stato nascente dell’umano. C’è il peccato, sì,  ma non la corruzione. Assaporiamo negli angoli più nascosti della terra che veramente la natura ci precede, l’uomo  non può mai essere un prodotto di se stesso, se non per snaturarsi.  Allora scegliere e riaffermare sempre l’umano contro il disumano, il naturale contro l’artificiale, il virtuoso contro il virtuale.

Passato e futuro sono attraversati da un eterno presente in Calabria, è lo spartiacque del flagello del 1783, sul quale  i due giovani protagonisti stendono un balsamo d’amore, una ricordanza pura, peregrinando fra le rovine in cerca di verità, autenticità,  dall’ antico sito di Castel Monardo a quelli Briatico e Mileto, oggi villages dèsertés. “Il lato memoriale dei luoghi” (p. 307), diventa radice di futuro più umano e vero. Non si deve trascurare “l’intreccio di fede, liturgia e politica che è sotto di noi” (p. 272).

E c’è, contemporaneamente, un viaggio dentro l’animo dell’essere uomo e donna. Persone che pensano ed esercitano una professione, non dimentiche delle loro radici. Incontri vissuti con tutta la pienezza del temperamento e del carattere, incontri non mascherati da formalità e ipocrisia. Incontri celebrati col vigore della sensualità, come un linguaggio però che suggella momenti passeggeri, non amori eterni, un donarsi non perché si addice ad una scelta di fondo, ma perché quel momento piace, carpe diem. Sono deboli, certo, figli del “pensiero debole”, in questo caso.  E’ vero, finiscono a letto col primo o la prima che capita, più per un coinvolgimento emotivo che tocca i sensi, piuttosto che per un progetto di vita che include cuore e ragione. Certo, si sciupano emozioni in modo passeggero, segnando con la carne un attimo che passa. Ma non c’è rimorso, né senso di colpa. Per loro fa parte del viaggio, e non c’è morale o religione che tenga, se mai queste abbiano oggi una ragione in queste cose!

E, vorrei dire, un romanzo metafisico nel vero senso della parola. Dove risuona una rinnovata ricerca di senso su questioni che prospettano nuove frontiere speculative e interrogano la linea di demarcazione tra il buono e il cattivo, tra il lecito e l’illecito, il brutto e il bello. I nostri limiti. Ecco così il problema della scientificità nella ricerca, la purezza della parola, gli errori ed orrori giudiziari che cosificano la persona, ecc. Ecco la priorità della libertà e dell’onestà: i mezzi informatici, invasivi oggi,  non li condizionano, non è un rapporto costruito su face book, instangram o whatsapp, ecc., anzi non compaiono per nulla; Alice dimostra una ferma dignità morale davanti alle avances del professore di cui era assistente, pur compromettendo una sicura carriera accademica. Non si svende, non  gioca al ribasso, piuttosto impedisce certi giochi di corruzione, e preferisce restare se stessa.

Alice “aveva imparato, grazie ad Andrea, a servirsi del visibile, ma a ricorrere all’invisibile, al gioco della storia e delle vite che dentro vi si ingorgano” (p. 308). Procedere dal visibile all’invisibile dice il limite e la potenzialità dell’uomo.  Ci rivela che la nostra intelligenza non può essere creatrice ex nihilo ma, umilmente e utilmente, riconoscitrice, scopre, andando oltre; non crea la stessa vita, ma la riconosce. Può liberamente esplorare il creato, per grazia poi può riconoscere un Creatore, perché la sua mente  potenzialmente non è ristretta ad un limite finito, ma è capace d’infinito, capax Dei.

Due citazioni finali nel romanzo, rinviano al Dentro e all’Oltre. Cito quella di Pablo Neruda: “Nascere non basta. E’ per rinascere che siamo nati. Ogni giorno”. Rinascere dall’Alto, ci ricorda Gesù. Perché abbiamo fondamentalmente bisogno di essere felici. Il sapore della felicità ha un potere roccioso, sui binari del tempo ci da appuntamento in un luogo che, conservando memoria, attraversa il tempo, ceneri che tornano ad essere fuoco. La vera conversione in fondo non è una esigenza morale, ma capire che la strada che sto percorrendo non mi porta alla felicità, il mio cuore non è beato. Convertirsi è liberante, è  il girarsi finalmente verso la luce, come il girasole che all’alba si pone in sintonia col sole. Tutti i giorni, anche quelli piovosi e tristi,  in cui le nubi oscurano il sole, passata “oltre la nera cortina della notte c’è un alba che ci aspetta” (Khalil Gibran). Quella linea di luce aurorale mi dice  che il sole sta sorgendo anche per me, per un giorno nuovo. Quando il mondo ti dice che tu sei perduto e finito, c’è una voce che ti dice invece che tu sei ritrovato, tu sei rinato. Il perdono è l’unico atto creativo possibile all’uomo, riapre sentieri, riapre un futuro. Ecco perche papa Francesco afferma che “La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra” (cfr. Evangelii gaudium, 182). Alice e Andrea sapranno perdonarsi.

Ciò che resta, quando non rimane più nulla, è solo l’Amore (cfr. 1 Cor 13,8). Un amore che ti libera non solo da legami e dipendenze, ma dalle tue stesse maschere, dalle sovrastrutture inutili. Quell’iceberg isolato si scioglie in un moto, dentro un oceano di pace a cui solo l’amore ci fa appartenere.

Mentre concludevo la lettura del romanzo, tra ritagli  inseriti in un vecchio libro acquistato presso un rigattiere, ho trovato una citazione tratta dalla prefazione ad un saggio dello scrittore francese  Jacques Ploncard d’Assac:  “Ci sono delle epoche nella storia in cui si può andare avanti soltanto tornando indietro. Sono le epoche di decadenza, nelle quali una civiltà che si credeva acquisita si viene disfacendo sotto i nostri occhi costernati. Quando un organismo va in putrefazione, non si può costruire niente tra i miasmi. Bisogna ricominciare da capo, tornare indietro e recuperare ciò che si è perduto. Perciò oggi il progresso può significare solo reazione. L’unico modo di essere progressisti è di essere reazionari››. Aggiungerei: di voler rinascere!

E’ la lezione, che trova fondamento nella passione e nell’amore genuino, e che ci viene suggestivamente trasmessa da Alice e Andrea,  due volti che ci portiamo dentro.

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