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Falcomatà sul “mistero buffo” De Felice: Piano industriale Sacal, segreto come la Coca-Cola

Ulteriore bufera nella società che in atto gestisce tutt’e tre gli scali aeroportuali calabresi, ossia la Sacal, che ha i suoi vertici dimissionari nella persona del presidente, il prefetto Arturo De Felice.

Già questo passaggio, per la verità, avrebbe bisogno di una robustissima iniezione di chiarezza: di quali dimissioni parliamo, in realtà?
Il mandato di De Felice, com’era ben noto a tutti, era in scadenza il 30 giugno scorso: cioè proprio il giorno nel quale s’è riunito il Consiglio d’amministrazione della compagnia di gestione.
A questo punto, l’unica nota di merito è che non sarà magari De Felice a gestire la transizione – come invece i soci catanzaresi della Sacal gli avevano chiesto –, ma nulla di nuovo o inaspettato. Il rifiuto del presidente uscente, stizzito dal fatto che la Regione Calabria non abbia indicato il proprio rappresentante nel board della compagnia entro i pregressi 180 giorni, rappresenta poco e niente. Anche perché il reggino ex capo della Direzione investigativa antimafia – indizio tutt’altro che da buttare… – per mesi è stato indicato a ripetizione, in numerosi articoli di stampa, quale probabilissimo candidato alla sindacatura di Reggio Calabria per il centrodestra, ossia la stessa compagine che oggi è al timone della Regione e dunque detentrice della golden share per quanto riguarda Sacal.

In tutti i casi, nel giro di 15 giorni  dalle “dimissioni” del manager, esattamente come preventivato e come esplicitato nella nota che la stessa Sacal ha diffuso agli operatori dell’informazione, si andrà comunque a scegliere il successore di Arturo De Felice, che – nel caso che la corsa per le Comunali reggine non lo vedano tra i protagonisti, come un po’ tutti i bookmaker ormai darebbero al massimo “a 1” – potrebbe anche ricadere sull’uscente. Al quale per la verità i risultati conseguiti in termini di voli, di passeggeri, d’infiammate (a dir poco) relazioni industriali con i sindacati non sembrano certo dare ragione; ma tant’è.

La verità pare essere dunque un’altra: che De Felice sa bene che, al di là dei “comprimari” catanzaresi, la Regione non lo vuole più alla cloche di Sacal per via di risultati disastrosi sotto ogni profilo, e quindi vuol “far la figura” di chi se ne va (quando, in sostanza, viene cacciato via: si spera bene che, con gli scali di Reggio e Crotone agonizzanti, non voglia intestarsi i numeri dell’hub aeroportuale regionale di Lamezia Terme, scalo che “va da solo” da parecchi anni ormai) e ancora si gioca le proprie “carte” persino sui tavoli della politica (e anche qui, ogni velleità sembra ormai stroncata, e pure per il futuro, malgrado i reiterati tentativi del deputato reggino di Forza Italia Francesco Cannizzaro di “salvare il salvabile” dell’esperienza alla Sacal).

Sulla vicenda è tornato, in un video diffuso in diretta sulla propria pagina Facebook, il sindaco metropolitano di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà. «Pare che De Felice sia andato via perché non avrebbe mai incontrato il presidente della Regione Jole Santelli. Ce ne dispiace, ovviamente. Ma, per quel che può valere, sappia che è in buona compagnia in termini di mancati incontri e mancati riscontri a lettere o Pec. Cosa ci lascia? L’eredità d’essere stato il primo a riuscire a chiudere completamente l’Aeroporto dello Stretto e l’ultimo a riaprirlo dopo la crisi-Covid, peraltro per sua volontà visto che il ministro Paola De Micheli ha chiarito nero su bianco che c’è dietro la specifica richiesta operata dalla società di gestione. E d’averlo riaperto, lo scalo reggino, con voli in atto del tutto inutili, incrociandone la frequenza e soprattutto gli orari: altro che i disegnini che avrebbero dovuto portare a progetti e cantieri per lo sviluppo dell’Aeroporto dello Stretto. In più, ci lascia con una convenzione da 250mila euro l’anno per il marketing territoriale stipulata con la Città metropolitana: gli esiti sono talmente risibili che, forte del “monitoraggio annuale” previsto già in convenzione, ho incaricato i miei dirigenti di non rinnovare la convenzione dopo la prima infelice annualità. E poi – aggiunge Falcomatà – ci lascia, clamorosamente, senza un Piano industriale, visto che noi a tre anni dal suo insediamento, a tutt’oggi non lo conosciamo: è rimasto un suo segreto, come fosse la ricetta della Coca-Cola».

© Riproduzione riservata.

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