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False perizie per scarcerare Mantella, condannata la compagna. Assoluzioni e prescrizioni per i medici

di Gabriella Passariello- Si chiude il primo capitolo giudiziario per quattro imputati giudicati con rito abbreviato nell’ambito dell’inchiesta sulle false perizie per scarcerare l’ex boss scissionista, oggi collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Un’indagine focalizzata su un piano per fare in modo che l’ex boss passasse dal carcere ad una clinica esterna rispetto al circuito penitenziario, un disegno reso possibile, secondo la Dda, attraverso un accordo stretto tra avvocati, periti, consulenti tecnici di parte, un “patto” finalizzato a favorire cosche di ‘ndrangheta. In particolare il gup del Tribunale di Catanzaro Teresa Guerrieri ha condannato Santina La Grotteria,  di Vibo Valentia, compagna di Mantella, a 3 anni di reclusione  (il pm Annamaria Frustaci aveva chiesto 6 anni e 2 mesi),  per favoreggiamento e false dichiarazioni al difensore, reati entrambi aggravati dalla mafiosità, mentre ha assolto  Mauro Notarangelo, 51 anni di Catanzaro, psichiatra e consulente di parte, (il pm aveva invocato 4 anni di reclusione) e Massimo Rizzo, 56 anni, di Catanzaro, (il pm aveva chiesto 6 anni 2 mesi) dai reati di corruzione, dichiarando contestualmente il non doversi procedere per prescrizione relativamente al reato di false attestazioni, una volta esclusa l’aggravante mafiosa.  Il giudice ha inoltre assolto, come richiesto dal pubblico ministero, per non aver commesso il fatto  Antonella Scalise, 62 anni di Crotone. Per altri nove imputati è in corso il processo dibattimentale. Si tratta del pentito Andrea Mantella, 46 anni, di Vibo Valentia; Francesco Lo Bianco, 48 anni, di Vibo; l’avvocato Salvatore Staiano, 63 anni, di Soverato, legale del Foro di Catanzaro; l’avvocato Giuseppe Di Renzo, 46 anni, del Foro di Vibo Valentia; Silvana Albani, 69 anni, di Camerino; Luigi Arturo Ambrosio, 82 anni di Castrolibero; Domenico Buccomino, 66 anni, di Cosenza; Massimiliano Cardamone, 43 anni di Catanzaro e Antonio Falbo, 56 anni di Lamezia Terme.

Le accuse contestate

Le ipotesi di accusa, vanno a vario titolo, dalle false dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria, falsa perizia o interpretazione, falsa attestazione o dichiarazione ad un pubblico ufficiale sulle identità e qualità personali proprie o di altri,  favoreggiamento personale in concorso fino alla corruzione.  Reati aggravati dalla mafiosità.

L’inchiesta della Dda

Le indagini, condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro coordinate dai pm Antonio De Bernardo, Andrea Mancuso ed Annamaria Frustaci con la supervisione del procuratore Nicola Gratteri, hanno accertato un vero e proprio meccanismo facente parte di un più ampio sistema illecito che vede coinvolti medici e avvocati, i quali, si sarebbero adoperati per far ottenere benefici carcerari ai propri assistiti, esponenti di spicco della ‘ndrangheta, trasgredendo le leggi dello Stato e venendo meno alle regole deontologiche che contraddistinguono le professioni mediche e legali. Nei guai è finita anche una clinica sanitaria convenzionata per ospitare detenuti gravemente malati “in realtà sanissimi”, che invece – contrariamente ai doveri d’ufficio imposti dal ruolo pubblico – ospitava veri e propri summit degli ‘ndranghetisti, diventando una base operativa dove veniva deciso lo sviluppo della Locale di ‘ndrangheta.

“Le perizie fasulle e gli istigatori”

Secondo le ipotesi di accusa i legali  Staiano e Di Renzo in qualità di codifensori di Mantella nonché nel ruolo di istigatori, Notarangelo, Cardamone, Rizzo e Scalise quali consulenti tecnici della difesa, Mantella quale beneficiario della condotta, in diversi scritti destinati all’autorità giudiziaria e con più azioni poste in essere in momenti diversi, avrebbero attestato falsamente che lo stesso Mantella sarebbe stato affetto da patologie psichiatriche tali da renderlo incompatibile con il sistema carcerario, indicando come necessaria la sua allocazione in una clinica esterna al circuito penitenziario.

Le istanze di scarcerazione dubbie

Giuseppe Di Renzo, quale legale di Mantella, secondo le ipotesi di accusa, di concerto con il suo assistito, avrebbe depositato il 30 aprile 2007 nella cancelleria del Tribunale di Catanzaro un’istanza di revoca e sostituzione della misura carceraria allegando le false consulenze tecniche di parte finalizzate ad ottenere la scarcerazione di Mantella. Anche Staiano, secondo le ipotesi di accusa, avrebbe, di concerto con il suo assistito, depositato in data 20 agosto 2007 nella cancelleria del gip del Tribunale di Catanzaro un’istanza di revoca della misura cautelare in carcere allegando le false consulenze tecniche di parte di Rizzo e Scalise finalizzate ad ottenere la scarcerazione di Mantella. Consulenze di parte le cui conclusioni risulterebbero non rispondenti al vero in considerazione di quanto dichiarato dalla stesso Mantella all’inizio della sua collaborazione con la giustizia e da quanto riferito dal pentito Samuele Lo Vato, nonché in base a quanto già accertato  dal consulente del pm Giulio Di Mizio e dal perito incaricato dal giudice Fernando Roccia. Con l’aggravante per gli indagati di avere agito con la finalità di agevolare la ‘ndrina dei Pardea- Ranisi, attraverso la scarcerazione del suo vertice apicale Mantella, già in precedenza esponente della ‘ndrina Lo Bianco-Barba, divenuto in quel periodo promotore ed organizzatore del gruppo scissionista operante nella città di Vibo a partire dal 9 giugno 2006 fino al 30 aprile 2007.

Il collegio difensivo

Sono impegnati nel processo, tra gli altri, gli avvocati Francesco Gambardella, Stefano Nimpo, Gregorio Viscomi e Francesco Catanzaro.

© Riproduzione riservata.

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