Falvo e la rivoluzione “copernicana” di Vibo: “La denuncia dei cittadini è la nostra più formidabile arma”

Come sta cambiando quella che era la provincia più mafiosa d'Italia: "Ora serve la consapevolezza di tutti e in certi ambienti ancora non c'è"

Una rivoluzione “copernicana”. E’ quella in atto nella provincia di Vibo Valentia dove la sinergia tra magistratura, forze dell’ordine e prefettura sta bonificando passo dopo passo un territorio per anni accerchiato dalla ‘ndrangheta che oggi sente il fiato dello Stato sul collo. Uno dei grandi protagonisti di questa rinascita è Camillo Falvo, ieri sostituto procuratore della Dda di Catanzaro (sue tante inchieste terminate con condanne pesantissime), oggi procuratore di Vibo. Ai microfoni di Radio Onda Verde, nel corso del seguitissimo programma condotto da Nicolino La Gamba, “Pagina protetta”, il capo dell’Ufficio di procura vibonese ha fatto il punto della situazione affrontando diverse tematiche. “Nel 2010-2011 c’era una situazione diverse nel Vibonese in cui erano davvero poche le sentenze che avevano accertato l’esistenza dei gruppi mafiosi ma che adesso sono state cristallizzate nei vari processi, frutto di una rivoluzione copernicana condotta da magistratura e forze dell’ordine”.

L’alto numero di interdittive mafiose

Passi fondamentali che stanno permettendo alla prefettura di avviare la seconda fase di un lavoro capillare di controllo del territorio finalizzato a tutelare l’economia sana e a bonificare gli enti pubblici inquinati dalle infiltrazioni mafiose. All’attività investigativa sta quindi seguendo quella amministrativa con una serie di misure adottate dal prefetto di Vibo Paolo Giovanni Grieco che si traducono nell’invio di commissioni d’accesso negli enti locali, scioglimenti di organi elettivi e interdittive antimafia. Su quest’ultimo strumento il procuratore ha battuto il tasto evidenziando come l’alto numero di interdittive disposta negli ultimi anni “dà il grado di penetrazione criminale nel settore economico”. Il Vibonese è primo in Italia in questa classifica secondo l’ultima relazione della Commissione parlamentare nella quale emerge che “a Vibo vi è un indice di interdittive, in relazione alla popolazione, che è pari al doppio rispetto alla seconda provincia in Italia, vale a dire Reggio Calabria”. Misure che possono indurre a far pensare la gente che l’intervento così massiccio dello Stato inneschi quel processo di ripresa degli spazi liberato dalla cappa mafiosa.

La formidabile arma della denuncia

Il punto debole resta il pieno funzionamento della giustizia che procede su due strade parallele. Da una parte l’efficienza nel settore penale, dall’altra le sofferenze del civile. Camillo Falvo ribadisce quanto suggerito nel recente passato e rilancia le sue proposte su possibili e concrete misure da adottare per incentivare i magistrati ad operare nei territori disagiati come quello vibonese. A Vibo c’è grande sete di giustizia e il dato emerge anche dal numero di denunce effettuate. Un passaggio chiaro dalla rassegnazione degli anni passati alla speranza di oggi: “C’era una situazione ben diversa dove nessuno era disposto a denunciare, e chi lo faceva, nel momento in cui veniva chiamato a testimoniare in aula, non confermava le accuse”. Non tutto è ‘ndrangheta e l’illegalità va contrastata a 360 gradi: “Ci sono infatti – ha aggiunto – anche altri reati per i quali, se non manca collaborazione dei cittadini, di chi è a conoscenza dei fatti, di chi subisce determinate condotte, sarà difficile procedere. Ecco perché l’arma della denuncia è formidabile”, ha commentato ancora ricordando come un primato il Vibonese lo abbia: “Nei primi tre anni abbiamo svolto un lavoro enorme, soprattutto contro il fenomeno della circolazione delle armi, ed anche per questo che siamo giunti a una riduzione drastica degli omicidi tant’è che un anno intero non si sono registrati fatti di sangue mortali”.

Le nuove sfide da affrontare

Falvo traccia la rotta da seguire dopo l’eccezionale “bagno di legalità che fu Rinascita Scott”. Primo obiettivo: mantenere la stessa presenza costante sul territorio. “Nicola Gratteri ha seminato tantissimo, ha ottenuto risorse, magistrati, ora è andato via ma mica è finita l’attività della Dda. Gli uomini passano ma restano le idee, il lavoro e l’organizzazione e devono restare, soprattutto deve restare il pensiero tra la popolazione che lo Stato c’è ed è forte a prescindere dalle persone che lo rappresentano” ha ricordato il procuratore di Vibo. Per Falvo la situazione è completamente diversa rispetto a qualche anno fa ma non bisogna abbassare la guardia. Anzi. “Ancora, non in tutti gli ambienti c’è questa consapevolezza. Quando la si acquisirà, insieme alla volontà di perseguirla, allora il processo sarà completo”, ha sottolineato.

I “sacrifici” quotidiani di un magistrato

Il procuratore si è soffermato poi sull’aspetto personale della sua professione da magistrato. Una missione vera e proprio che lo porta a stare lontano dalla sua famiglia ma anche a dover rinunciare ai piaceri della vita quotidiana: un caffè al bar, una passeggiata sul corso, una cena in un ristorante: “Quella del magistrato è una esistenza complicata, il giorno arrivo a Vibo ad una certa ora e torno a casa quasi sempre tardissimo, in tutto questo tempo non esco mai dal tribunale se non per impegni istituzionali. Mai andato a mangiare in un ristorante o pizzeria, lo faccio con i ragazzi della scorta che sono diventati un po’ la mia famiglia. Non è facile ma è quello che purtroppo tocca fare, ma sono contento perché ho avuto la fortuna non solo di svolgere questo lavoro, che amo, ma anche di avere tante soddisfazioni. Ovviamente tutto questo ha un prezzo che è quello di non poter andare a prendere un caffè o fare una passeggiata sul  corso”.

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