Farmabusiness, i giudici d’appello su Scozzafava: “L’antennista dal volto pulito a disposizione dei Grande Aracri”

Nelle motivazioni della sentenza i giudici di secondo grado di Catanzaro provano il macigno che inchioda l'imputato alle sue responsabilità

“Fin dal 2013 era organicamente inserito nella articolazione della locale di Cutro radicata sul territorio della Provincia di Catanzaro e facente capo al boss Nicolino Grande Aracri, il quale aveva preposto, a capo della stessa articolazione, Gennaro Mellea, già condannato in via definitiva, nell’ambito del processo Kyterion”.

La Corte di appello di Catanzaro, che ha condannato l’antennista Domenico Scozzafava a 11 anni e otto mesi di reclusione (LEGGI) nell’ambito del processo Farmabusiness, nelle motivazioni della sentenza fuga ogni dubbio sul pieno inserimento dell’imputato nella ‘ndrangheta, sottolineando come Scozzafava fosse l’uomo di fiducia di Gennaro Mellea detto Pietro, sodale della cosca Grande Aracri al quale, il capo della locale Nicolino aveva attribuito una posizione apicale direttiva sull’articolazione radicata a Catanzaro in seguito al declino dell’associazione mafiosa degli Arena in precedenza alleata con il sodalizio dei Gaglianesi. “Spesso utilizzava per le sue conversazioni il cellulare di Scozzafava, il che comporta con certezza il rapporto fiduciario che, già al tempo, legava Mellea all’ imputato”.

La Corte di appello di Catanzaro, che ha condannato l’antennista Domenico Scozzafava a 11 anni e otto mesi di reclusione (LEGGI) nell’ambito del processo Farmabusiness, nelle motivazioni della sentenza fuga ogni dubbio sul pieno inserimento dell’imputato nella ‘ndrangheta, sottolineando come Scozzafava fosse l’uomo di fiducia di Gennaro Mellea detto Pietro, sodale della cosca Grande Aracri al quale, il capo della locale Nicolino aveva attribuito una posizione apicale direttiva sull’articolazione radicata a Catanzaro in seguito al declino dell’associazione mafiosa degli Arena in precedenza alleata con il sodalizio dei Gaglianesi. “Spesso utilizzava per le sue conversazioni il cellulare di Scozzafava, il che comporta con certezza il rapporto fiduciario che, già al tempo, legava Mellea all’ imputato”.

Le conversazioni rilevanti sui nuovi assetti su Catanzaro

Rilevanti, per i giudici di secondo grado, alcune conversazioni, intrattenute nel mese di ottobre 2104 fra Scozzafava e Pancrazio Opipari, nel corso delle quali i due commentavano i nuovi assetti criminali venutisi a creare, già da quattro o cinque anni, nella città di Catanzaro,dopo il passaggio di mano dagli Arena, ai Grande Aracri e della decisione del boss di imporre, senza consultare nessuno, Gennaro Mellea, sostituendo in blocco la precedente “governance” del gruppo dei Gaglianesi. “Scozzafava si è adoperato per fare da ponte fra due mondi che dovrebbero rimanere sempre assolutamente distanti e che ha cercato, invece, di rendere funzionali l’uno all’altro, sfruttando- scrivono i giudici nelle motivazioni- da un lato la sua posizione associativa e, quindi, la sua capacità di procurare in poco tempo tutti i capitali che occorrevano per avviare il progetto sull’affare dei farmaci, dall’altro le sue qualificate relazioni con soggetti istituzionali e, in particolare, con Tallini”, che ha usato.

Il macigno che inchioda l’imputato alle sue responsabilità

E ad ulteriore riprova del suo essere inserito nell’associazione, resta il fatto che Scozzafava abbia partecipato alla riunione del 7 giugno 2014, avvenuta nella tavernetta dell’abitazione Nicolino Grande Aracri, “lungi dall’essere quell’elemento incerto, impreciso o equivoco di cui parla la difesa, è, invece, un vero e proprio “macigno” che inchioda l’imputato alle sue gravissime responsabilità”. Molteplici le ragioni di questa affermazione per la Corte.  Prima fra tutte la considerazione della importanza della riunione avvenuta in un luogo, la tavernetta, nella quale, come è stato acclarato nei processi “Kyterion”, “Six Twuon” e “ ‘Thomas”, i sodali assumevano le decisioni strategiche per la vita del clan e nel  quale, come è avvenuto in Farmabusiness, conversavano liberamente, ritenendo di essere in un posto inaccessibile e sicuro.

“Scontato è affermare che già tale luogo qualifica tutti coloro che erano ammessi a frequentalo, non potendosi in alcun modo sostenere che un soggetto estraneo alla cosca e lontano dalle dinamiche associative potesse avere il privilegio di partecipare ad una riunione, strategica per la vita del sodalizio, organizzata in quel luogo che era il cuore dell’abitazione del boss di Cutro”. Scozzafava è stato invitato ad entrare direttamente dal genero di Nicolino, Giovanni Abramo che l’ha chiamato in maniera confidenziale per nome “entra.. Domè… entra”, dimostrando di conoscerlo bene, e  durante la riunione, Scozzafava è stato interpellato da Salvatore Grande Aracri proprio nel momento in cui quest’ultimo stava illustrando le diverse percentuali che sarebbero state riconosciute ai partecipanti all’affare e inoltre è intervenuto personalmente per fornire precise indicazioni sull’esatta ubicazione del capannone “ed è stato espressamente menzionato per tranquillizzare Giovanni Abramo sulla sicurezza dell’affare appena sottopostogli, venendo indicato come la persona alla quale sarebbe stato cointestato il conto corrente sul quale sarebbero avvenute tutte le transazioni bancarie.

L’artefice dell’affare sui farmaci

Per i giudici è necessario precisare le ragioni per le quali il coimputato Domenico Tallini (LEGGI) è stato assolto a differenza dell’antennista: “Le motivazioni non sono in alcun modo estensibili a Scozzafava, non potendo certamente sostenersi che l’imputato non fosse consapevole della precisa identità dei soggetti che si muovevano dietro l’affaire Farma Italia”, (ndr di cui Tallini non aveva alcuna consapevolezza). Ciò per l’evidente ragione che è stato proprio lui l’artefice del piano che ha trasformato la medesima operazione in un affare gestito dagli esponenti apicali della cosca Grande Aracti, onde consentire anche agli stessi di locupletare ingenti guadagni mediante illecite operazioni di commercializzazione dei farmaci, delle quali si è discusso proprio nel corso della riunione del 7 giugno 2014 alla quale ha preso parte”. Riunione nel corso della quale i partecipanti hanno anche in maniera esplicita sottolineato la necessità che i reali investitori, Giuseppina Mauro, Salvatore Grande Aracri e Giovanni Abramo, rimanessero occulti, rappresentati e garantiti invece dallo stesso Scozzafava, ritenuto all’epoca un sodale dal volto pulito. 

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