FELICE CAPODANNO | Un tempo nuovo per cullare desideri senza tempo

"Se ci guardassimo allo specchio, saremmo davvero capaci di confidare a noi stessi le nostre ambizioni, le nostre aspettative, i nostri sogni?"
FELICE CAPODANNO

di Felice Foresta – Ogni anno ci appartiene. Diseguale ed esclusivo. Intimo. Perché ogni anno è un fatto profondamente nostro. Un demanio nascosto. A tratti inaccessibile. Neppure la mannaia che si è abbattuta da circa due anni, pur nella sua aselettività democratica, è in grado di scalfire l’assunto. Ogni uomo è un’isola. Con il precipitato di valori, di vissuti, di idee che ne fanno un’entità unica. Irripetibile. Non surrogabile. Su cui la variabile tempo incide senza archetipi. Neppure il tempo cairologico, figlio di una straordinaria invenzione del pensiero dell’antica Grecia, sfugge alla regola.

Ognuno anela, a suo modo, al suo tempo opportuno. E così scambiarsi gli auguri al termine di ogni anno risulta un fatto maledettamente complicato. È indubbio il suo sostrato di suggestivo e rassicurante rito ecumenico. È, altrettanto, indubbio però che di questa liturgia ci sfugga il significato e il significante. Rimane, infatti, magmatico, impregiudicato e irrisolto un interrogativo di fondo. Che, questo sì, ci accomuna senza distinguo.

Ognuno anela, a suo modo, al suo tempo opportuno. E così scambiarsi gli auguri al termine di ogni anno risulta un fatto maledettamente complicato. È indubbio il suo sostrato di suggestivo e rassicurante rito ecumenico. È, altrettanto, indubbio però che di questa liturgia ci sfugga il significato e il significante. Rimane, infatti, magmatico, impregiudicato e irrisolto un interrogativo di fondo. Che, questo sì, ci accomuna senza distinguo.

Tra sogni e desideri

Cosa vogliamo veramente? Qual è il nostro posto nell’universo? Di cosa andiamo in cerca? La salute, negli ultimi tempi messa duramente alla prova, è fuori gioco. Ovvio. Ma, al netto dei suoi servigi, se, al momento del valico tra il vecchio e il nuovo anno, ci guardassimo allo specchio, saremmo davvero capaci di confidare a noi stessi le nostre ambizioni, le nostre aspettative, i nostri sogni? Anche quelli più parchi, quelli più casti e meno distanti dalla realtà? Non credo, in tutta onestà. Anche se, per non sconfessare la premessa, rimango nel cortile del mio io.

Provo, allora, ad attingere ai fasti del pensiero, e prendo a nolo una perla di Pitagora. L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri. Ecco, allora, cosa vorrei augurare e vorrei augurarmi. Un tempo nuovo per combattere i timori terreni. E, se possibile, per vincerli. E, se proprio non riusciamo, per conviverci in una guerra di posizione. Senza conquistare metri, ma senza neppure accusare cedimenti. E, soprattutto, vorrei augurare un tempo nuovo per cullare desideri senza tempo.

Un anno vecchio

Desideri che si accomodino sulla schiena dei nostri figli per andare avanti. E ancora oltre. Oltre i nostri timori e le nostre debolezze. Le nostre asperità e le nostre miserie. Un tempo nuovo che ci restituisca quel che abbiamo dimenticato, che abbiamo perso per strada, che abbiamo dolosamente ignorato. Un tempo nuovo che si tinga di un nuovo colore. Quello del diverso. Del santo e del peccatore. Del ricco e del povero. Del colpevole e dell’innocente. Del fango e dell’acqua. Perché ogni anno appartiene anche a lui. Perché ogni uomo si appartiene. E, se proprio potessi, vorrei augurarmi un grano d immortalità. La figlia prediletta dei nostri desideri. Vorrei, allora, un anno vecchio. Prima dei tanti oggi che mi hanno rubato un pezzo. Per stringergli la mano ancora.

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