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FELICE DOMENICA | Abbiamo bisogno di eroi

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di Felice Foresta – Perché abbiamo bisogno di eroi? Perché abbiamo bisogno di eroi. Due facce della stessa medaglia. Potrebbe essere una risposta, o un punto domanda. Il fotogramma che ritrae Luigi Crupi con in braccia alcuni bambini tratti in salvo nelle acque di Isola di Capo Rizzuto, mentre imperversano vento, pioggia e risacca, credo abbia fatto il giro del mondo. Per la suggestione che evoca il mare in tempesta, certo. Per la bellezza dei luoghi che conosco bene, per essere da sempre quello il mare. Per uno stipite di umanità che confligge con una fama impropria. Per il carico di umanità che ha animato il capo delle volanti di Crotone e gli altri, tra poliziotti e civili, che si sono spesi per inventarsi un’allunga sino alla spiaggia, anzi sino al margine della vita, per i migranti di cui non conosco la nazionalità ma, di certo, la riconoscenza.

Una pagina da libro Cuore dei giorni nostri. Un atto di generosità istintiva, anzi uterina. Perché sono le madri, anzi le donne che, nella loro muta declinazione quotidiana, sono le sole a compierne di continuo. Una piccola epopea di eroi nascosti. Militi di quella catena di solidarietà che, troppo spesso, passa sottotraccia. Quasi in sordina. Di recente riemersa solo per inerzia, anzi deflagrata di rimbalzo, dopo la sentenza di condanna di Mimmo Lucano. Gravida di anni da scontare e di dubbi che la sua motivazione dovrà chiarire al colto e all’inclita.

Ma perché ci ha colpito quel gesto, mentre un’imbarcazione in bilico sulle onde pareva la bocca della balena di Pinocchio che, nella notte, sputava schiuma e paura? Ognuno troverà in sé stesso, con il filtro del proprio vissuto, nella scatola delle proprie emozioni, e nel silenzio della propria intimità, il motivo. O, quanto meno, un’ipotesi. E il suo corollario di incertezze.

A parer mio, lo slancio di Luigi Crupi e dei suoi alleati di una sera uggiosa e ostile di novembre ha aperto, ancor di più, le tante ferite che ci portiamo dentro. Le latitanze che coltiviamo senza accorgercene. La nostra vulnerabilità enfatizzata negli ultimi due anni. Ma, soprattutto, la mancanza di punti di riferimento. Nel consorzio civile. Dove ripieghiamo su noi stessi per i tanti, i troppi episodi di vandalismo urbano e morale, di sciatteria e disordine etico, di violenza e vigliaccheria. Che, anche senza assurgere al rango di illecito, si ammantano ugualmente di un profilo di disvalore e di anemia sociale. Davanti al quale retrocediamo, vinti più dalla pochezza delle nostre risorse che delle nostre responsabilità.

Accanto a questo, però, dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, anche nel perimetro del nostro io, lo sfaldamento dei nostri presidi avanza. Un’erosione subdola, costante, forse anche contro la nostra stessa volontà. Il dubbio che sia tutto inutile ci tormenta e, purtroppo, tende a sopraffarci. Ecco perché le braccia di quel poliziotto buono, a cui erano avvinghiate quelle di un bambino spaurito e pure felice quasi fosse sul cavalluccio della giostra che, forse, non ha mai conosciuto, ci hanno colpito. E, ancor prima di una lacrima, ci hanno consegnato la spina del dubbio. Che siamo impreparati, e spesso inermi. Ma che dare sé stesso all’altro rimanga ancora un messaggio rivoluzionario, abbacinante e sempiterno. A distanza di duemila anni il vento dell’uomo e della sua primazia continua a soffiare da Oriente. Là dove sorge il sole. Anche sulle nostre coscienze smarrite.

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