FELICE DOMENICA | Alitalia e la perdita di un simbolo di identità nazionale

Un simbolo che si ammaina è la sconfessione di un ideale, un valore, e di un precipitato storico. Che si può condividere o meno. Ma, nel momento in cui si perde, diventa l’epitome di una indiscutibile povertà morale

di Felice Foresta – Due pezzetti di legno spezzati per poi essere ricongiunti. In segno di amicizia. In quel cosmo straordinario che ha dato i natali alla civiltà, quanto meno occidentale, che è l’Antica Grecia, il simbolo era questo. Un segno di fedeltà a qualcuno. Un impegno consacrato con l’altro. La scelta reciproca di un sentimento comune. Uno stare, e prima ancora come la tradizione letterale del verbo di derivazione ci ricorda, un mettersi insieme. Ecco perché ogni volta che si recide un simbolo, qualunque ne sia il terreno di appartenenza, tutti avvertiamo l’afrore e lo smarrimento di un tradimento. La rottura di un’alleanza sotto le cui ali protettrici ci siamo sentiti parte di un tutto. Abbiamo intrecciato le nostre esistenze. I nostri desideri, le nostre paure, i nostri dubbi. E anche la nostra voglia di volare. Quella che, da qualche giorno, abbiamo visto contrarsi definitivamente come italiani radunati sotto il simbolo storico di Alitalia. L’ultima tratta, Cagliari-Roma, che ne ha sancito di fatto la fine è, così, anch’essa un simbolo. Quello, non solo di accorciare le distanze, ma di mettere insieme i pezzi ancora isolati della nostra nazione. La perdita di un simbolo di identità nazionale può apparire un fatto antistorico. In un’epoca in cui il lessico dominante è quello del villaggio globale. Ed è sicuramente così. Altrettanto vero è, però, che la perdita di un logo non è solo un fatto commerciale o meramente territoriale. Ha, invero, un significato altro e alto. Un simbolo che si ammaina è la sconfessione di un ideale, un valore, e di un precipitato storico. Che si può condividere o meno. Ma, nel momento in cui si perde o si abbandona, diventa l’epitome di una indiscutibile povertà morale. La crisi assiologica contemporanea ha, forse, allora una radice comune. Lo spopolamento dei nostri borghi, al netto di ogni lettura macroeconomica, soffre, del resto e prima di ogni cosa, di una perdita costante e progressiva, della capacità di riconoscersi in un luogo, e di riconoscerne l’eredità fondante che ci tramanda. La notizia di quell’ultima tratta, affidata alla commozione di un’hostess che avrà certamente intravisto anche il dramma della propria incertezza professionale, è però quasi passata in sordina. I disordini dei non green pass, figli di un ibrido tutto italiano che, comunque, va messo a confronto con principi anche di rango costituzionale, hanno catalizzato l’attenzione. Perché, purtroppo, il disordine è come la trasgressione. Attira di più. Certo, la fine di Alitalia è la certificazione della chiusura di un fallimento che dura da anni. Intorno al quale si sono succeduti governi, potentati economici, e alchimie finanziarie. Tutti, a quanto pare, senza successo. Una partecipazione notarile. Senza pathos, forse. Adesso, è il tempo del silenzio. Il silenzio però, in una dimensione mistica, è anch’esso un simbolo. Quello di più direzioni. Che Alitalia, per tanti anni, ci ha saputo, comunque, garantire. E che, adesso, abbiamo il dovere civico di pretendere. Se vogliamo continuare, com’è giusto che sia, a sentirci parte di un tutto. Due pezzetti di legno messi insieme.

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