FELICE DOMENICA | Da Halloween al giorno dei morti: non solo dolcetto o scherzetto

Oggi, domani e dopodomani, come da tempo accade, abbiamo l’opportunità di confrontarci: in tre giorni si è compiuto il destino dell’umanità

di Felice Foresta – In tre giorni si è compiuto il destino dell’umanità. E in tre giorni, i prossimi, abbiamo l’occasione per leggerlo meglio. E per leggerci dentro. La resurrezione di Cristo al numero tre, quanti ce ne solo voluti per compiersi, ha conferito lo stigma dell’eternità. Ma, soprattutto, ha mutato il corso e il verso della Storia. Il rapporto fra l’uomo e il trascendente, declinato sin dai primordi, ha conosciuto un lessico nuovo. Rivoluzionario e rivoluzionato, e sia pure fondato sull’amore per l’altro. Oggi, domani e dopodomani, come da tempo accade, su quell’amore per l’altro abbiamo l’opportunità di confrontarci. Attraverso noi stessi. La festa di Halloween – che si vuole nata in America, ma prima ancora celebrata e nata in Calabria, pare a Nicotera – è una festa fondamentalmente per bambini e ragazzi. Dolcetto o scherzetto è, però, solo un pretesto. Per tutti. Per cercare l’altro, chi non si conosce, per aprirci anche quando vorremmo rifiutarci. E rifiutare il dissimile, l’ignoto, il distante. Una festa in cui la cifra umana prevale e, con essa, il dato caduco, vulnerabile ed effimero proprio dell’uomo.

Da Halloween a Ognissanti

Da Halloween a Ognissanti

Domani, invece, quella cifra si veste di un’aureola, la santità, che si fa modello, precetto e aspirazione. Ognuno di noi è legato a un Santo. Magari a suo modo. Magari al Santo di cui porta il nome. Magari a quello in cui ci si sforza di trovare tracce che vorrebbe seguire. Una festa, quella dei Santi, sovente passata in silenzio. Ambita più dagli scolari che dagli adulti. Eppure carica e densa di significati alti e altri. Ho sempre creduto che i Santi più importanti, quelli da venerare e, se possibile, da emulare, non siano solo quelli che recano la loro effige o il loro nome sul calendario. Sono convinto, invece, che i Santi veri siano tutti quelli che sotto traccia, come l’acqua, lavorano al servizio degli altri. Di chi si trova sul ciglio della strada. Tra i dolenti, i perduti, i reietti. Rimangono anonimi e senza volto, questi Santi. Perché, comparando le nostre esistenze con i loro gesti, ne usciamo sconfitti tutti.E a nessuno piace perdere.

Il giorno dei morti

Il due novembre è una festa sghemba. Confessiamocelo. Abbiamo fatto fatica, da bambini, a coniugare la morte con la festa. Una contraddizione in termini. Un controsenso. E, invece, oggi più che mai, il giorno dei morti abbiamo il dovere di celebrarlo. Oggi, che la pandemia ha consegnato a tutti noi la vulnerabilità del nostro essere e il dominio vorace della fine, l’elogio e il ricordo dei morti assume una valenza decisiva. Perché alla morte dobbiamo restituire una dignità negata da troppi eventi che ce l’hanno posta in una dimensione, terrificante, ma solo quantitativa. Alla morte dobbiamo guardare, al netto del nostro credo religioso, perché è un fatto tipicamente terreno. Il più democratico e unificante. Perché alla morte appartengono, o sono destinati ad appartenere, chi ci ha dato la vita. E perché, se della vita non comprendiamo lo straordinario significato di dono fatto a noi che, però, dobbiamo convertire in dono per gli altri, lentamente moriamo. Ogni giorno, e non solo il due novembre.

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