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FELICE DOMENICA | Il Covid e la misteriosa morte del dottore catanzarese De Donno

de donno

di Felice Foresta – Ogni morte è una storia a sé. Ogni vita tolta non dice mai la verità. E, soprattutto, non si commenta. Una cosa è certa. Il COVID-19 e la battaglia per contrastarlo nasconde tante cose. Un giorno, chissà, se le conosceremo. Un giorno, però, è troppo tardi. Il dolore, certo, rimane ma si mastica adesso.
Faceva, più o meno così, un mio post di qualche giorno fa sulla tragica morte del dott. Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che, per primo, l’anno scorso aveva iniziato la cure del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune. Al mio post ha fatto seguito un acceso dibattito e una ridda – sì una ridda, e non una rissa come sovente avviene sui social, quando la difesa delle proprie idee tracima anche perché il diritto di veto dialettico è reso arduo dalla velocità della tastiera – di pareri contrastanti. Pareri che ritengo tutti di meritevoli di apprezzamento e di avere cittadinanza nell’alveo della legittimità. Sebbene, per quelli più specificatamente tecnici, non abbia, io, alcun presidio per condividerli o avversarli.

Ancorché, fosse per parte di madre originario di Catanzaro, non avevo mai visto, né avevo mai conosciuto il dott. De Donno. Mi era parso giusto, naturale oserei dire, affidare, tuttavia, un pensiero e un ricordo alla sua memoria. Tanto solo per qualche ordine di motivi che, oggi, sfidando la tolleranza agostana, mi piace affidare alle autorevoli colonne di Calabria7. Il primo, che può apparire banale, ma banale non è, è quello più immediato. E risiede nell‘ennesima conferma che i meridionali (anche il padre del dott. De Donno mi pare lo fosse) hanno sempre la capacità di affermarsi quando vanno via. Un deja vu su cui abbiamo, ormai e tristemente, fatto il callo. Un tema ormai scomparso dal dibattito, quello della mai sopita questione meridionale, che torna solo con le campane elettorali per durare lo spazio di una notte d’estate. Fra un falò e un cornetto all’alba.

Il secondo è spunto più complesso. Attiene al campo medico e, per questo, mi astengo dall’entrare nel merito. Un dato è certo, comunque. La comunità scientifica è stata colta tutta, o quasi, di sorpresa dal COVID-19. Se, nessuno lo nega che in tempi abbastanza celeri si sua giunti al vaccino, è anche vero che le interferenze dello stesso con l’organismo umano, forse, non si conoscono ancora appieno. Così come incerto è stato l’orientamento iniziale sulla portata del virus che, in pochissimo tempo, ha sovvertito le nostre esistenze e ha scompaginato i nostri affetti. L’ultimo aspetto legato alla dolorosa morte del medico di parziali origini catanzaresi è un aspetto per così dire macro. La sua non è stata l’unica e, purtroppo, non resterà l’unica morte tragica e avvolta, forse, in un mistero. Come ogni morte, però, si porta con sé l’idea della cesura, della scomparsa, e dell’irreversibile. Non affrancandosi, tuttavia e mai, da un’ineludibile tributo alla dignità che le dobbiamo. Qualunque ne sia la causa o il pretesto. Ecco cosa mi sarebbe piaciuto esprimere e certo non sono riuscito a fare. La morte, ogni morte, fosse di un re o di un quisque de populo, è un punto di non ritorno al quale dobbiamo portare rispetto. È un punto di rottura, quando è una morte voluta da chi la patisce, fra chi muore e chi gli è stato accanto. Su cui tutti dobbiamo interrogarci. Perché ognuno di noi, con una parola detta, non detta o detta male, è correo. Del proprio destino. E, spesso seppur inconsapevolmente e involontariamente, anche di quello altrui.

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