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FELICE DOMENICA | La vergogna di Santa Maria Capua a Vetere in un paese (in)civile

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di Felice Foresta – Anche loro, gli ospiti dell’Istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, si sono inginocchiati. E non per loro scelta. O per solidarietà. E, mentre lo facevano, sono stati picchiati. Sulla schiena, sulla testa, sul volto. E tra le pieghe della loro, piccola o grande non importa, dignità che rimane, comunque, intima e sacra. Perché anche loro sono persone. Scriverlo prima della partita dell’altro ieri avrebbe, forse, fatto lievitare il consenso social. Ma non è questo il tema.

Il punto, invece, è un altro. Non si decide da soli di diventare vittime di una discriminazione, certo. Mentre, si obietterà, delinquere, quasi sempre, è un’opzione volontaria. Anche in questo caso, però, l’argomento andrebbe esplorato e affrontato a fondo, e da diversi angoli prospettici. Nessuno, peraltro, vuole disconoscere l’encomiabile e oscuro lavoro degli operatori penitenziari che, nella maggioranza dei casi, sono angeli della custodia, e non guardie incattivite. La verità, io credo, risiede altrove. E mi sarebbe piaciuto che un attimo di quella genuflessione europea fosse stata dedicata agli ultimi di noialtri, gli ultimi di Santa Maria Capua Vetere. Di cui nessuno discute la colpa o il dolo che trovano cittadinanza nella sentenza di una corte. Di cui tutti dobbiamo, però, avvertire il disagio e la vergogna come cittadini di un paese che continua a volersi dire civile. E che, invece, ha solo tradito la sua Costituzione sotto l’egida di un discutibile ripristino della legalità. Altrimenti, mutatis mutandis, è un po’ come la storia della pagliuzza e della trave. E si avrebbe conferma che anche la solidarietà, spesso, è uno specchio in cui rifrangere solo la nostra immagine. E null’altro.

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