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FELICE DOMENICA | Le parole di Morra e l’attacco alla Cgil: una settimana chiusa nel peggiore dei modi

di Felice Foresta – La sentenza di Mimmo Lucano, il libro della Boccassini e le dichiarazioni di Morra hanno costellato una settimana agitata, conclusasi nella peggiore delle maniere. L’attacco alla sede della CGIL di Roma che evoca sinistri precedenti e che parrebbe muoversi lungo un ibrido irrisolto. L’obbligo del green pass con cui, forse, si vuole eludere un obbligo vaccinale costituzionalmente, ma non mi arrischio in questo campo, controverso. Probabilmente, anziché no, la carta verde è solo un pretesto. Il lasciapassare pericoloso di un clima di tensione sociale che serpeggia sottotraccia, forse ignorato oltre ogni ragionevole dubbio e che, tuttavia, bisogna intercettare e rintuzzare da subito.

Ogni evento e ogni suo protagonista, anche quello più inconsapevole, deve, però, essere letto oltre la sua dimensione storica e storicistica. Capace, com’è, di farsi latore e interprete di tante e altre sacche di disagio umano, personale e collettivo.

E, così, la sentenza di Mimmo Lucano, il libro della Boccassini, le dichiarazioni di Morra e l’attacco alla sede romana della CGIL, loro malgrado, sollecitano un tema su cui sembra frenare, se non arenarsi, il dibattito culturale, prima ancora che tecnico, dei nostri giorni. La sentenza di Mimmo Lucano, il libro della Boccassini, le dichiarazioni di Morra e l’attacco alla sede romana della CGIL, più o meno direttamente, sono avvinti da un filo che pone l’uomo, prima ancora che il cittadino, davanti alla legge e alla pena. E, quindi, alla sua declinazione afflittiva, il carcere. Su cui ci si dovrebbe interrogare e confrontare con meno parsimonia. Se, veramente, si vuole tendere realmente alla composizione dei conflitti sociali transitando attraverso l’affermazione della vera funzione della sanzione.

Il carcere, a mio modesto avviso, è questione di prospettive e di proiezioni. C’è chi guarda alle sbarre che diventano solo sinonimo e acronimo di pena. Chi guarda oltre le sbarre, ma in basso. Solo per dispensare sermoni e buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio. Ma, ahimè, senza averne indagato e sperimentato la profondità – a volte anche aspra, ma conviene non accorgersi di tale declinazione – del messaggio. C’è chi, infine, guarda oltre le sbarre. Ma verso il cielo. Che, al di là di ogni retorica e di ogni religione, è il demanio del trascendente. E, quindi, l’unico luogo dove, pur nella più antinomica delle distanze, si recupera la centralità dell’uomo e della sua più autentica estensione.

Credo, ma potrei sbagliarmi, che se prima non si sceglie la prospettiva e la proiezione che si intende abbracciare, parlare di carcere si traduca in operazione ardita. Con cui si continua a non cogliere, purtroppo sempre più diffusamente, la siderale differenza tra carcerazione preventiva e pena definitiva; con cui si rischiano sconfinamenti nel merito di vicende su cui compete ai tecnici, soprattutto a quelli direttamente interessati, discettare; con cui non si rende un buon servigio alla cultura del carcere, troppo spesso recuperata solo in occasione di casi singoli. E troppo spesso affidata a suggestioni anche lessicali che confliggono con l’avvilimento quotidiano che ciascun detenuto vive. A prescindere dalla propria biografia penale, dal reato commesso e dalla sanzione subita.

Il carcere deve essere un problema, anzi mi correggo, non un problema, ma un tema avvertito, prima di ogni altra sede, oltre le sbarre. Da tutti. Tecnici e non. Solo, però, se dopo un severo e sereno esame con sé stessi, si decida a quale prospettiva e proiezione aderire. Altrimenti, rimane miseramente una solidarietà di facciata, sterile e inconcludente. Che porta con sé i germi del fallimento della missione affidata alla pena dai nostri padri costituenti. Perché noi rimarremo, come lucertole sciocche, a curare i nostri affanni agli ultimi scampoli del sole di autunno. E chi sta al di qua delle sbarre, a prescindere dalle divagazioni sul delitto, sulla pena e sulla morale, di quel sole continuerà a prendere solo i raggi marci.

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