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FELICE DOMENICA | Le pesanti parole di Borsellino e la necessità di ridare speranza alla Calabria

di Felice Foresta – Non farò nomi. Non credo che rilevi. La notizia è di dominio pubblico. E poi c’è di mezzo un’espressione di voto che, a una settimana dalle urne, non trovo corretto rimarcare. L’invito rivolto in modo drastico a preferire un candidato perché dall’altra parte è solo ‘ndrangheta, forse, è una provocazione. O, forse, no. Io l’ho trovata un’affermazione pesante che ammonisce oltremodo, prima che gli elettori calabresi, la politica nella sua essenza. Nella sua più pura (forse, utopica) e ontologica dimensione. Nessuno nega gli episodi di contaminazione fra politica, malaffare e criminalità nella nostra regione. Alcuni dei quali, tuttavia, ancora in corso di scrutinio giudiziario. Purtroppo, non è un dato isolato. In tante altre virtuose realtà italiane eventi analoghi non sono mancati, e non mancano. La Calabria, però, è una cassa di risonanza assai fascinosa. La si utilizza perché, certo, in molti casi il limite è stato superato. È un precedente che, spesso, però fa solo comodo, stato e, quindi, presa.

La nettezza dell’invito e la sua perentorietà tocca, dicevo, non solo chi vota altrove, ma tutti quelli che, a qualsiasi livello e grado, fanno politica specie quelli che hanno un ruolo dirigenziale. Perché parrebbe che siano incapaci di attivare gli anticorpi sani e giusti; che siano affamati solo di potere; che quella cointeressenza con il delitto la inseguano invece di perseguirla. Non credo che sia così. Almeno, mi sforzo di crederlo. E di amministratori onesti ce ne sono tantissimi. Come tantissimi sono gli elettori che hanno ancora la forza della coerenza e della fedeltà a un’idea. Ci sono ancora tanti che sono in grado di scrivere belle pagine di politica, anche in territori di frontiera. Comprendo lo stato d’animo di chi quell’invito lo ha profferito con veemenza. Anche perché, inevitabilmente, condizionato da un tragico vissuto personale che merita rispetto e, da poco, anche dagli esiti processuali di una inchiesta che, in sostanza e in relazione a quel vissuto, vedeva lo stesso Stato sul banco degli imputati. La politica, però, non deve soffrire di suggestioni personali ed estemporanee. È, o meglio dovrebbe essere, la forma più elevata per fare comunità e condivisione. Non deve separare, come invece, e forse inconsapevolmente, ha fatto quell’invito. È, o meglio dovrebbe essere, l’altare in cui celebrare la centralità dell’uomo attraverso l’etica. Non deve essere una terra di confino, anche sotto il profilo morale, per chi la pensa diversamente e vota in conseguenza. Deve aggregare, soprattutto, gli ultimi, i deboli e i dolenti. Deve dare loro la mano, senza rappresentargli il baratro se provano a camminare da soli. Nessuno disconosce i contorni impervi e ingannevoli che insidiano la politica in Calabria.

Non dubito della buona fede e dei buoni propositi sottesi a quell’invito. Non credo che sia questo, tuttavia, lo strumento per rintuzzare i pericoli della nebbia che avvolge parte della politica. Lo scoramento e la disillusione serpeggiano da anni. Si rischia, in questo modo, solo di farli lievitare. E se si lasciano nicchie vuote, allora sì che il pericolo che questi spazi siano riempiti malamente diventa immanente. Soprattutto in Calabria, abbiamo bisogno, se non di certezze, almeno di speranze. Che, ovunque, decidiamo di votare ci sia un affluente, sia pure impercettibile, verso la terra dell’onestà. Altrimenti, a perdere siamo tutti. Elettori ed eletti.

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