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FELICE DOMENICA | Quella vita in campagna che può aiutare ad affrontare presente e futuro

di Felice Foresta – Ho sempre vissuto di campagna, e di paese. E, così, appena vedo un campo arato, o una stalla, un vecchio in piazza, o chi prende l’acqua alla fontana, provo il senso di pacificazione che solo l’infanzia sa elargire. Nessuno lo nega. Il tempo, al singolare, passa. Al plurale, cambia. Tutto si evolve, facilita il mestiere del vivere, si assiepa sull’altura della perfezione. E della sua continua ricerca. I giorni corrono il rischio così di essere fatti con lo stampo. Tutti uguali, perché uguale deve essere lo sforzo per raggiungere uno scopo. Per consacrare un successo. Per dilaniare ciò che è dietro le spalle e che non serve più. Prima era diverso. Più difficile. Più terso, però, nella cerchia delle suggestioni. Giugno era la trebbia. Luglio si transumava. Agosto era la festa della salsa. Ottobre andavi di vendemmia. A gennaio il maiale si faceva provvista e provvidenza. E così via negli altri mesi. Quando non erano di riposo, erano d’attesa. Un seguitare di riti e tradizioni che suggellavano il quotidiano per farne ponte con le stagioni, gli animali, gli altri. Una scansione temporale sofferta e faticata che ritmava l’imprevisto e pure l’incanto per farne processione verso l’eterno.

Oggi, che abbiamo giustamente sposato tutti il senso del futuro e che, tuttavia, ci siamo trovati impreparati e fragili al cospetto di una delle più grandi sciagure della storia recente dell’umanità, non abiuriamo a noi stessi. Recuperiamo il dovere ancestrale della memoria. Rifuggiamo lo scisma dal mondo da cui proveniamo. Non perché ci fornisce una lettura oleografica del presente. Ma perché rinnovare il solco dei nostri padri ci agevola il cammino. Facendoci apprezzare anche il pudore dell’errore, dell’artigianale, e dell’irregolare. E quell’irripetibile sovranità dell’umano che rischia di diventare un nascondiglio per pochi. Irreperibile per tutti gli altri. Ieri ho provato a fare, con i miei figli, una cannizza. Una sorta di frigorifero ante litteram. Una culla sospesa e protesa verso il cielo. Lì, certamente, il pane si farà crosta, il formaggio diventerà di pasta dura, e le lacrime delle soppressate scompariranno. Quello che rimarrà, invece, sarà lo stupore di averci provato. Tra lo sbaglio e il ricordo.

© Riproduzione riservata.

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