Fi, storia dei due traditori è come il problema del traffico a Palermo in Johnny Stecchino

Danilo Colacino –

Fare l’esegesi dell’altrui pensiero non è facile. Mai. Figurarsi se la già di per sé complessa operazione riguarda i reali intendimenti di un uomo dalle mille sfaccettature come lo scafato Mimmo Tallini. Uno che il ‘politichese’ lo parla come fosse la lingua madre, veicolando messaggi parecchio ostici da decifrare per chiunque non sia in possesso dei codici per decodificarli. Ma, di contro, quando si dialoga con lui un vantaggio lo si ha. Sempre: se Tallini decide di dire una cosa lo fa allo stesso modo a microfono acceso o spento. Senza infingimenti. E allora, quando parla di “politica strana”, in cui si vince o si perde una tornata elettorale in base al momento o al vento che soffia in poppa a questo o quello schieramento, assolvendo quindi dalle rispettive sconfitte alle regionali del 2005 e 2014 Sergio Abramo e Wanda Ferro (battute d’arresto dunque a suo avviso non pregiudizievoli di una ricandidatura dell’uno o dell’altro), subito dopo aggiunge sornione: “Certo, Mario Occhiuto (attuale sindaco della Città dei Bruzi molto accreditato di ottenere l’investitura ad aspirante governatore nel centrodestra calabrese, ndr) non ha nel curriculum tale pregresso”. Un’affermazione apparentemente lapalissiana, ma che in realtà è una rasoiata non da poco. Tallini, del resto, sa che con Abramo o Ferro al vertice della Cittadella, per questioni diciamo così geografiche, non potrebbe di certo ambire alla prestigiosa e istituzionale presidenza del consiglio regionale (obiettivo primario e a determinate condizioni perfino addirittura abbordabile) o in subordine alla carica di potente vicegovernatore (percorso più tortuoso, tuttavia accessibile) mentre con un Papa per lui straniero tutto sarebbe più facile. Il riferimento è a postazioni che per l’attuale membro dell’assise di Palazzo Campanella potrebbero costituire una sorta di indennizzo dopo lo smacco subito alle ‘Parlamentarie’ del 4 marzo di un anno fa, quando si dovette arrendere alla travolgente ondata pentastellata da cui fu però stroncato insieme a tante altre teste coronate del centrodestra come ad esempio quella del senatore uscente Piero Aiello.

Fare l’esegesi dell’altrui pensiero non è facile. Mai. Figurarsi se la già di per sé complessa operazione riguarda i reali intendimenti di un uomo dalle mille sfaccettature come lo scafato Mimmo Tallini. Uno che il ‘politichese’ lo parla come fosse la lingua madre, veicolando messaggi parecchio ostici da decifrare per chiunque non sia in possesso dei codici per decodificarli. Ma, di contro, quando si dialoga con lui un vantaggio lo si ha. Sempre: se Tallini decide di dire una cosa lo fa allo stesso modo a microfono acceso o spento. Senza infingimenti. E allora, quando parla di “politica strana”, in cui si vince o si perde una tornata elettorale in base al momento o al vento che soffia in poppa a questo o quello schieramento, assolvendo quindi dalle rispettive sconfitte alle regionali del 2005 e 2014 Sergio Abramo e Wanda Ferro (battute d’arresto dunque a suo avviso non pregiudizievoli di una ricandidatura dell’uno o dell’altro), subito dopo aggiunge sornione: “Certo, Mario Occhiuto (attuale sindaco della Città dei Bruzi molto accreditato di ottenere l’investitura ad aspirante governatore nel centrodestra calabrese, ndr) non ha nel curriculum tale pregresso”. Un’affermazione apparentemente lapalissiana, ma che in realtà è una rasoiata non da poco. Tallini, del resto, sa che con Abramo o Ferro al vertice della Cittadella, per questioni diciamo così geografiche, non potrebbe di certo ambire alla prestigiosa e istituzionale presidenza del consiglio regionale (obiettivo primario e a determinate condizioni perfino addirittura abbordabile) o in subordine alla carica di potente vicegovernatore (percorso più tortuoso, tuttavia accessibile) mentre con un Papa per lui straniero tutto sarebbe più facile. Il riferimento è a postazioni che per l’attuale membro dell’assise di Palazzo Campanella potrebbero costituire una sorta di indennizzo dopo lo smacco subito alle ‘Parlamentarie’ del 4 marzo di un anno fa, quando si dovette arrendere alla travolgente ondata pentastellata da cui fu però stroncato insieme a tante altre teste coronate del centrodestra come ad esempio quella del senatore uscente Piero Aiello.

Le certezze e le insicurezze di Tallini. Il coordinatore provinciale di Forza Italia fiuta aria di vittoria, perché “la Lega è un alleato e quindi non può e non deve far paura. Senza contare – dice ancora – che qui siamo nel profondo Sud e Forza Italia ha lavorato bene”, potendo di conseguenza fungere da locomotiva per i compagni di viaggio. “E che aggiungere – precisa ulteriormente – se non l’inconsistenza di un Movimento Cinque Stelle, destinato a sgonfiarsi come un soufflé cotto male, o il pessimo andamento di un centrosinistra ridotto al lumicino”. Ragionamento che rivela una forte sensazione di successo. Meno sicuro, tuttavia, Tallini appare sulla faccenda inerente allo scettro del comando nelle sempre più intricate dinamiche politico-amministrative catanzaresi, finora detenuto in modo quasi esclusivo o comunque maneggiato assai spesso in virtù di un peso specifico notevolissimo. Le “spinte autonomiste” del primo cittadino Abramo lo hanno evidentemente un po’ disorientato tanto che attribuire i problemi della maggioranza a Palazzo De Nobili al tradimento dei consiglieri forzisti Giovanni Merante e Antonio Triffiletti alle Provinciali dell’autunno scorso somiglia molto all’individuazione nel traffico del vero e incisivo problema di Palermo, tanto per mutuare una nota scena del film di Roberto Benigni Johnny Stecchino. Affatto banale, però, il commento che il leader forzista locale fa anche su questo passaggio chiave: “Mi aspettavo una reazione diversa nella nostra coalizione dopo il voto, peraltro dichiarato ex post, di due nostri consiglieri in favore del sindaco Alecci, competitor del centrosinistra alla presidenza dell’ente intermedio”. Una presunta colpa, di cui si sono macchiati su preciso mandato interno, considerato che quanti conoscono i due sanno come siano più abramiani di Abramo stesso.

Il futuro del centrodestra catanzarese. Il grande merito del centrodestra, comunque la si pensi politicamente, è la capacità di litigare sempre dopo, mai prima. Di che? Di una qualsivoglia elezione importante. Dote, per così dire, non ascrivibile anche alla sinistra in cui spesso i veti incrociati e i distinguo fra “compagni o amici” di partito finiscono con l’avvantaggiare in maniera decisiva gli avversari. Ecco allora che Tallini, con la consueta e riconosciuta scaltrezza, da par suo – in tale fase convulsa – gioca di rimessa e sceglie di… non scegliere, mettendo sul tavolo tutti e tre i nomi caldi per l’imprimatur a candidato presidente della Regione: Abramo, Ferro e Occhiuto, in rigido ordine alfabetico. Il flirt con l’ultimo è però chiaro, perché nella lunga chiacchierata di ieri dopo aver risposto alle nostre domande successivamente inserite nella videointervista esclusiva rilasciata a Calabria7.it pronuncia due frasi – senza in apparenza un collegamento con questa vicenda – che significano moltissimo: “A Catanzaro la compagine, poi vincente alle elezioni, l’ho messa in piedi io”. E a seguire: “Mi pare che a Cosenza il sindaco abbia operato al meglio con risultati positivi sotto gli occhi di tutti”. E qui, come nel Gioco dell’Oca, ecco che si torna alla casella di partenza. Se il vero terreno di scontro o comunque la causa delle frizioni fossero i presunti Carneadi (termine usato non certo in senso dispregiativo, ma solo nell’ottica dei veri interessi in ballo) Merante e Triffiletti sarebbero già stati epurati magari dopo un deferimento al vecchio Collegio dei Probiviri. E, invece, sono e restano inamovibili, ben saldi al loro posto. Segno che il nume tutelare su cui possono contare o addirittura per conto di cui parlano sta in alto, parecchio in alto. Magari, chissà, anche nella stanza dei bottoni di Palazzo De Nobili in cui è chiaro che un’auto-promozione non sarebbe chic oltreché saggia. Comunque sia, la querelle è destinata a continuare ancora a lungo. Vedremo, però, se per sfociare in una tregua – o addirittura un armistizio – in vista di un’affermazione nelle urne che appaghi davvero tutti. Altrimenti sarà il caos. Tallini docet.

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