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Filo Rosso contro il clan Giampà di Lamezia, dieci condanne e un’assoluzione

lentini

di Gabriella Passariello

Si è chiuso con dieci condanne e un’assoluzione il processo di primo grado per undici imputati, giudicati con rito abbreviato, coinvolti nell’inchiesta antimafia “Filo Rosso”, che il 28 giugno 2017 portò gli uomini della Mobile ad eseguire un fermo di indiziato di delitto a carico di nove indagati, considerati nuove leve della cosca Giampà di Lamezia Terme. Il gup del Tribunale di Catanzaro Antonio Battaglia ha inflitto pene comprese tra un anno e i 16 anni di reclusione, per un totale di circa 80 anni di carcere . In particolare ha inflitto a Giovanni Gianluca Notarianni, alias Luca, 16 anni e 6 mesi (il pm ha chiesto 16 anni);Saverio Giampà 12 anni (il pm ha chiesto 9 anni e 4 mesi); Pasquale Notarianni, 10 anni e 8 mesi  (il pm ha chiesto 14 anni e 8 mesi); Luigi Leone , alias Faccia e Gumma , 9 anni di carcere (il pm ha chiesto 12 anni); Giuseppe Cappello, “alias Cutulicchio”, 9 anni di carcere  (il pm ha chiesto14 anni); Michele Bentornato, alias “U Grassu”, 8 anni e 4 mesi (il pm ha chiesto 10 anni 8 mesi); Fabio Vescio, 3 anni e 8 mesi  (il pm ha chiesto 14 anni); Michael Mercuri, 1 anno e 6 mesi  (il pm ha chiesto 10 anni); Roberto Castaldo, 1 anno e 8 mesi  (il pm ha chiesto 6 anni e 8 mesi e 80mila euro di multa); Alberto Giampà, 5 anni e 4 mesi (il pm ha chiesto 5 anni e 6 mesi e 6mila euro di multa).

L’assoluzione. L’unica assoluzione sentenziata dal gup è nei confronti di  Alessandra Folino (il pm ha chiesto 6 anni), codifesa dai legali Leopoldo Marchese e Alessandra Marchese. Ha retto l’impianto accusatorio del pm della distrettuale Elio Romano sull’esistenza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso dedita alle estorsioni ai danni di esercizi commerciali ed imprenditori operanti nel territorio di Lamezia Terme per conquistare nuovi spazi di potere. Un’organizzazione che avrebbe messo in atto una serie di intimidazioni, consistite nel posizionamento di bottiglie incendiarie nei pressi di negozi e di danneggiamenti provocati con ordigni esplosivi.

Estorsioni e potere. I soldi sarebbero servizi alle nuove leve per conquistare nuovi spazi di potere e per aiutare i detenuti. Ecco perché Gianluca Notarianni avrebbe dato mandato a Saverio Giampà di recarsi nell’abitazione del titolare della Conad di Lamezia, costringendolo ad elargire denaro, anche in considerazione del fatto che suo padre, Aldo Notarianni, “ergastolano” aveva bisogno di sostegno. E sarebbe stato sempre Gianluca ad esortare Michele Bentornato ad andare sempre alla “Conad” per riferire al titolare che doveva dare un aiuto ai carcerati. Saverio Giampà, secondo le ipotesi di accusa, aveva detto a Gianluca che avrebbe provveduto a dialogare lui con il titolare dello stesso supermercato in quanto già lo conosceva, presentandogli un curriculum. I due avrebbero commentato di aver fatto un ottimo intervento avanzando una richiesta di lavoro all’imprenditore, anziché prospettare una diretta richiesta di denaro. E comunque Gianluca insistentemente avrebbe raccomandato Giampà di informarsi sull’esatta ubicazione dell’abitazione dell’imprenditore, in modo da poterci andare con lo scooter Tmax di sua proprietà e in quella circostanza richiedere i soldi per il padre ergastolano; proventi che poi avrebbero diviso in parti uguali. Giampà poi avrebbe confidato a Gianluca Notarianni di essersi occupato per un certo periodo di tempo personalmente di riscuotere i proventi dell’estorsione alla “Conad” pari a 1.200 mensili, fino alla data in cui era stata assunta la suocera di Giuseppe Giampà .

Il sospetto di essere intercettati. Il 23 novembre 2016, in base alle risultanze degli atti, Gianluca Notarianni e Luigi Leone avrebbero deciso di recarsi in una palestra di Lamezia per riscuotere una somma di denaro a titolo estorsivo dal titolare della stessa attività. Leone sarebbe stato preposto ad avvicinare la vittima per richiedere e riscuotere il denaro, mentre Notarianni sarebbe rimasto a bordo della macchina monitorata. Una volta intascata la “mazzetta”, pari a 500 euro, Leone sarebbe rientrato in auto, dove lo attendeva Notarianni, al quale aveva riferito di essere seriamente preoccupato per il fatto che la consegna del contante era avvenuta, all’interno della macchina della vittima, in un luogo monitorato da alcune telecamere. I due “compari”, dopo aver contato i soldi per verificarne l’esatto importo, avevano commentato le parole del titolare della palestra, il quale dopo avergli consegnato i soldi all’interno di una busta con su scritto “regalo”, avrebbe chiesto “protezione” nei confronti di altri gruppi criminali. In questa circostanza Notarianni avrebbe riferito a Leone che effettivamente dovevano essere loro a fornire tutela alla vittima, nel caso in cui altri criminali si fossero presentati dal loro estorto a chiedere ulteriori soldi. Le attività estorsive poste in essere da Notarianni e dai suoi accoliti non si sarebbero limitate alla sole richieste di danaro ma, in alcune circostanze, anche a beni di consumo quali cibo o bevande. Per esempio il titolare di una macelleria sarebbe stato costretto a consegnare loro quantitativi di carne per soddisfare il fabbisogno di più nuclei familiari o di detenuti. In particolare dall’operazione “Filo Rosso” è emerso come Notarianni, Bentornato e Fabio Vescio si sono recati in una macelleria ubicata in via della Vittoria, per prelevare un quantitativo di carne destinata al coindagato Pasquale Notarianni. E nella circostanza Gianluca Notarianni ricordava ai suoi interlocutori “che non dovevano mangiare solo i detenuti ma anche loro per poter andare avanti”. Gli avvocati Leopoldo Merchese, Alessandra Marchese, Gregorio Viscomi, Antonio Larussa, Sergio Vescio e Gianluca Careri ,attenderanno il deposito delle motivazioni della sentenza per proporre ricorso in appello

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