Freddato sotto gli occhi di moglie e figlio nel Catanzarese, ergastolo per il presunto killer

Si è aggravata la posizione del presunto assassino di Ferdinando Rombolà: da 30 anni di reclusione al carcere a vita

Fine pena mai. Si aggrava la posizione di Antonio Pantaleone Gullà, il presunto killer dell’omicidio di Ferdinando Rombolà, freddato nel pomeriggio di domenica del 22 agosto del 2010 nella spiaggia di Soverato sotto gli occhi della moglie, del figlio, all’epoca dei fatti di un anno e mezzo, e di tanti turisti. La Corte di assise appello bis ha sentenziato l’ergastolo per l’imputato che nel primo processo di appello aveva incassato 30 anni. Un verdetto che arriva dopo la decisione della Corte di Cassazione di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado per l’imputato rispedendo gli atti a Catanzaro per un nuovo processo. Ed era stata la Procura generale a volere una condanna più pesante per l’esecutore materiale del delitto appellandosi alla Suprema Corte. Per Gullà oggi è arrivata la conferma della sentenza al carcere a vita disposta il 4 dicembre 2018 dai giudice di prime cure, come richiesto da sostituto procuratore generale in aula, che ha ritenuto troppo pochi i trent’anni inflitti in secondo grado e dall’avvocato Vittorio Platì, difensore delle parti civili. Stessa sorte per Fiorito Procopio e Michele Lentini, ritenuti i mandanti dell’omicidio, la cui sentenza all’ergastolo è già diventata definitiva. La Corte di Cassazione ha confermato nei loro confronti quanto sentenziato il 23 giugno 2021 dalla Corte di assise appello di Catanzaro, presieduta da Gabriella Reillo, a latere Francesca Garofalo.

Il movente del delitto e la lunga scia di sangue nel Soveratese

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E non era la prima volta che i killer avevano cercato di ammazzare Rombolà, buttafuori nei locali di professione, in quella stessa spiaggia nei pressi di un noto lido del Soveratese e solo per un caso fortuito non c’erano riusciti. Un omicidio programmato, pianificato per vendetta e che ha consentito alla Dda di Catanzaro di ricostruire una catena di sangue che parte dal 2008, quando il clan del Soveratese Sia-Procopio-Tripodi venne dimezzato grazie anche all’operazione antimafia “Show down” e che nel giro di un anno portò a quindici omicidi tentati e consumati, iniziati con la morte di Carmine Novella a Milano, poi via via quelli di Damiano Vallelunga, Pietro Chiefari, il tentato omicidio e l’omicidio di Vittorio Sia, il tentato omicidio di Giuseppe Procopio, l’assassino di Salvatore Vallelunga, il duplice omicidio Grattà e gli omicidi di Giuseppe Todaro, Domenico Chiefari e dello stesso Rombolà.

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