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Gettonopoli, 18 consiglieri comunali di Catanzaro verso l’archiviazione (NOMI)

di Gabriella Passariello- Non hanno commesso fatti di gravità inaudita o di particolare allarme sociale e il danno provocato alle casse del Comune di Catanzaro nell’assicurarsi il gettone di presenza può ritenersi eseguo, visto che si sarebbero appropriati nell’arco di due mesi, da novembre a dicembre 2018, di importi che mediamente si aggirano intorno alle poche centinaia di euro, partendo da un minimo di circa 200 euro, giungendo solo in casi isolati a somme di oltre mille euro. Il pubblico ministero Pasquale Mandolfino ha chiesto al gip l’archiviazione per 18 consiglieri comunali, coinvolti nell’inchiesta Gettonopoli, per aver partecipato fittiziamente o in modo solo intermittente alle riunioni consiliari, ottenendo indebitamente i gettoni di presenza. Richiesta di archiviazione formulata dal pm per tenuità del fatto, previo pagamento del “maltolto”, reato riqualificato rispetto alle originarie ipotesi di accusa che vanno dalla truffa aggravata al falso in atto pubblico. Si tratta di Antonio Angotti (somma restituita 1194,12 euro), Francesca Carlotta Celi (restituiti 924,48 euro), Lorenzo Costa ( somma restituita 539,27 euro), Manuela Costanzo (somma restituita1419,84 euro), Roberta Gallo ( somma restituita 836,64 euro), Francesco Gironda (somma restituita 874,16 euro), Luigi Levato ( somma restituita 885,96 euro), Rosario Lostumbo ( somma restituita 1.070, 46 euro), Filippo Mancuso (somma restituita 462,24 euro), Rosario Mancuso (restituiti 985,32 euro), Antonio Mirarchi (restituiti 1117,08), Fabio Celia (restituiti 269,64 euro) Giuseppe Pisano ( somma restituita 1348,20 euro), Agazio Praticò (somma restituita 1298,88), Giulia Procopi (somma restituita 330,48 euro), Cristina Rotundo (somma restituita 949,50 euro), Fabio Talarico ( somma restituita 1.062,36) e Antonio Ursino (somma restituita 567 euro).

Il sistema delle riunioni e la prassi diffusa

L’atteggiamento di alcuni consiglieri, che si allontanavano  e si intrattenevano nei corridoi di Palazzo De Nobili, per il pm, sarebbe stato determinato da un generale sistema delle riunioni della commissioni inadeguato e non improntato all’efficienza e all’economicità, attesa la natura permanente delle riunioni previste dal Tuel, che “si trascinavano tutta la settimana, con discussioni di tematiche che forse non destavano l’interesse dei consiglieri”.  Una prassi diffusa e probabilmente non avvertita dagli indagati come una defaillance del sistema. Allo stesso tempo non si può nascondere, a detta del magistrato, che agli indagati l’andazzo di queste commissioni consiliari, di fatto tornasse comodo e che ne traessero consapevolmente un vantaggio: “prova ne è il fatto che i consiglieri comunali mai, prima di questa indagine, si sono preoccupati che alla corresponsione del gettone di presenza dovesse corrispondere una seduta che avesse un minimo di serietà e di partecipazione”.

Somme restituite

Il magistrato, titolare del fascicolo, dopo l’avviso di conclusione delle indagini, nel procedere alla richiesta di archiviazione ha tenuto conto dell’atteggiamento collaborativo degli indagati, interloquendo con i difensori per esplorare l’eventuale disponibilità dei consiglieri alla restituzione delle somme dovute attraverso il riaccredito al Comune di Catanzaro degli importi “sottratti”, un atteggiamento che ha di fatto annullato “il vulnus originariamente realizzato all’interno del patrimonio del Comune, ripristinando di fatto le condizioni di legalità”. Ma c’è di più. Per il magistrato non ci si trova di fronte “a condotte  abituali e reiterate, non tutte le sedute esaminate nel corso di due mesi si sono rivelate ineffettive, pur trattandosi di una parte significativa” e la riprova è data dal fatto che ad ogni singolo consigliere sono stai contestati importi di denaro diversi tra loro, a seconda delle sedute a cui  avrebbero partecipato fittiziamante o in modo intermittente”. In sostanza per pm, il fatto che gli indagati abbiano restituito il “maltolto” al Comune di Catanzaro “non può non essere considerato circostanza interruttiva della condotta di reato”. Consultati alcuni avvocati hanno inteso precisare che le somme restituite in realtà “costituiscono il rifiuto all’incameramento di ciò che diveniva oggetto di contestazione, per la quale si protesta l’assoluta estraneità dei fatti” e si batteranno per dimostrare fino in fondo la legittimità del loro operato.

Le anomalie dei verbali e l’inesperienza dei consiglieri

Dall’attività investigativa condotta dai carabinieri della pg della Procura, che hanno confrontato i dati dell’attività di analisi del materiale videografico e le informazioni emergenti dai verbali, sarebbe risultato che gli atti delle riunioni non certificavano in modo preciso e puntuale gli ingressi e le uscite dei consiglieri dalle sedute consiliari. In molti casi è emersa, per esempio la presenza in aula di consiglieri rilevata dalle telecamere per cinque minuti o poco più, a fronte di una riunione che da verbale durava un’ora e trenta minuti o addirittura di riunioni che agli atti risultavano aver ricompreso attività di sopralluogo esterno dei consiglieri in zone del territorio catanzarese. Ed è proprio per questo che il pubblico ministero ha contestato il reato di falso in atto pubblico ai consiglieri che presiedevano le commissioni e ne redigevano i verbali di riunione. Si tratta di Antonio Mirarchi, presidente della Prima commissione consiliare, Luigi Levato, presidente della Seconda commissione consiliare, Luigi Pisano e Francesca Celi, rispettivamente presidente e vicepresidente della Terza commissione consiliare, Fabio Talarico e Manuela Costanzo, presidenti, nel tempo, della Quarta commissione consiliare, Enrico Consolante presidente della Quinta commissione consiliare. Ma a che titolo i consiglieri redattori dei verbali avrebbero omesso di dare atto della continua uscita e entrata dei colleghi dalle aule di riunione nel corso delle sedute? Nonostante i consiglieri comunali avessero più volte manifestato al Comune l’esigenza di un aiuto nella verbalizzazione dei lavori, l’Ente non aveva mai dotato le commissioni di personale verbalizzante per mancanza di organico. “I verbali in questione erano dovuti ad omissioni, mancanze e chiare anomalie documentali dovuta alla negligenza, imprudenza e imperizia e non ad una consapevolezza di tale deficit”. L’assunzione di informazioni da parte del vertice del Consiglio comunale ha consentito di fare emergere che i verbali in questione fossero redatti in un clima di inesperienza, sommarietà, superficialità ed inadeguatezza istituzionale, da non potersi ipotizzare l’esistenza del dolo. “ I consiglieri verbalizzanti, lungi dal rendersi autori di una elaborazione documentale artatamente finalizzata a simulare una realtà diversa da quella effettiva, si limitavano a confezionare atti documentali approssimativi e rispetto al quale non sentivano l’esigenza di maggiore precisione, onestà e coerenza”. Un aspetto quest’ultimo che non attiene al profilo giuridico, ma etico-politico.

La parola passa al gip

Per altri quattro indagati, Eugenio Riccio, Gianmichele Bosco, Nicola Fiorita e Demetrio Battaglia, è stata già chiesta nei giorni scorsi l’archiviazione senza alcun “saldo stralcio”, decidendo di farsi interrogare dal pubblico ministero, hanno fornito la loro versione dei fatti e sono stati “scagionati de plano dal pm”.  In particolare per quanto riguarda Riccio, i riscontri video della polizia giudiziaria cristallizza la sua presenza in orari che collimano grosso modo con quelli indicati nel verbale. Per Bosco deve considerarsi l’impossibilità di prosecuzione dell’azione penale, perché le accuse mosse nei suoi confronti non risultano provati per assenza del materiale videografico a riscontro e in un caso smentiti dal materiale difensivo prodotto.  Per Fiorita e Battaglia, secondo quanto scrive il magistrato, la loro presenza all’interno delle sedute va riconosciuta positivamente, come risulta dalle immagini delle telecamere: l’errore quindi è nei verbali che attestavano la loro assenza. Spetterà comunque al gip decidere tanto per le richieste di archiviazione “de plano”, che su quelle per tenuità del fatto, sebbene, in questo ultimo caso, alcuni avvocati abbiano già preannunciato opposizione sul presupposto che le condotte dei loro assistiti siano state pienamente lecite.  Per altre dodici persone, tra consiglieri comunali e imprenditori, il magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza preliminare inizierà il 24 giugno prossimo (LEGGI).

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