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Giunta tecnica o politica? Si decide a Roma o in Calabria? I possibili scenari per i 4 candidati

regionali in calabria

di Sergio Pelaia – Le ultime due settimane che precedono il voto del 3-4 ottobre stanno per iniziare e quasi tutti sono concentrati sulle possibilità che questo o quel candidato ha di entrare (o di far rientro) nell’Astronave di Palazzo Campanella. È giusto che ognuno degli aspiranti consiglieri regionali giochi la sua partita ma è altrettanto legittimo richiamare l’attenzione sul fatto che l’indirizzo politico di una Regione, su cui sono di volta in volta chiamati a esprimersi i componenti dell’assemblea legislativa, arrivi sempre dalla Giunta. Nessuno dei 4 candidati in corsa per la Presidenza ha però finora dato indicazioni su come intenda muoversi, in caso di vittoria, rispetto alla composizione della squadra di governo ed è anche da escludere che, pena la rottura di fragli equilibri interni, ciò avvenga prima del voto. Alcune indicazioni si possono però ricavare da un’analisi della loro storia politica e dagli atteggiamenti pubblici tenuti dai 4 aspiranti governatori.

Le decisioni romane e i tecnici illustri

Roberto Occhiuto, come i leader nazionali del centrodestra che lo hanno candidato e che lo sostengono, non fa che ripetere che la sua esperienza debba proseguire sul solco tracciato dalla compianta Jole Santelli. La prima presidente donna della Calabria, scomparsa prematuramente un anno fa, aveva fatto capire di voler tenere abbastanza alla larga i consiglieri di maggioranza e le loro pressanti richieste. Insomma, con Jole nessuno toccava palla ed era lei a decidere quanto e come dare spazio ai partiti plasmandone le indicazioni alla sua impostazione. Che era per certi versi molto “romana”, ovvero distante dai giochi di potere calabresi e di contro piuttosto verticistica. Lo dimostrarono plasticamente le nomine del “Capitano Ultimo”, annunciato in una conferenza stampa a Montecitorio, e dell’astrofisica Sandra Savaglio. Ma anche la scelta di Nino Spirlì quale suo vice ha in qualche modo rappresentato un equilibrio tra l’indicazione della Lega e il personale gradimento della governatrice. Vista la sua storia politica, si potrebbe presupporre che anche Occhiuto prenderà le decisioni veramente importanti non con i colonnelli del centrodestra calabrese ma con i vertici di quello nazionale, in particolare di Forza Italia. Da vedere se possa optare per una Giunta prettamente partitica o se anche lui, in caso di vittoria, assegnerà qualche casella di peso a personaggi illustri e lontani dal contesto della politica calabrese, ma vicini a lui. Questa seconda ipotesi sembra la più accreditata.

La scienziata in balìa delle correnti

Amalia Bruni è una neofita e dunque non si può applicare a lei il criterio della storia politica o dei trascorsi amministrativi. Chi la conosce assicura che ha un piglio tutt’altro che malleabile e che sarebbe difficile imporgli determinate scelte, è però un fatto che la sua corsa sia appoggiata da partiti che hanno un certo peso su scala nazionale, come Pd e M5S, e che non rinuncerebbero in caso di vittoria a dire la loro. Al di là dell’immagine che ci si sforzi di dare all’esterno, il Pd calabrese ha tutt’altro che superato la fase dei capicorrente pronti a farsi la guerra, ad allearsi tra loro e poi di nuovo a tradirsi a seconda delle stagioni. Basta dare un’occhiata al programma della Festa regionale dell’Unità per comprendere come le varie “sensibilità” siano equamente rappresentate e se ciò avviene nel compilare l’agenda di una “festa” figuriamoci nel caso in cui ci fossero da lottizzare le nomine in una giunta regionale. Per far valere la sua impostazione da scienziata, dunque, Bruni dovrebbe faticare non poco: da un lato ci sarebbero da tenere a bada gli esponenti della sua coalizione (come Carlo Tansi) che in caso di vittoria non sarebbero certo disposti a fare da comparse, dall’altra dovrebbe fare i conti con i partiti nazionali e le loro immancabili pretese.

La fuga degli assessori a Napoli e i fedelissimi in Calabria

Luigi de Magistris un precedente ce l’ha ed è piuttosto corposo: 10 anni da sindaco di Napoli lo portano spesso a vantarsi di essere “il più longevo” primo cittadino partenopeo anche se decisivi sono stati anche i rinvii causati dalla pandemia. Il fatto di non avere tra i piedi i partiti non gli ha impedito di far ricorso a plurimi rimpasti e nei mesi scorsi numerosi suoi assessori si sono via via dimessi ricevendo, in alcuni casi, l’accusa di essersi “offerti al mercato della politica affaristica per tre soldi”. Se dovesse essere eletto certamente de Magistris pescherebbe per la sua Giunta tra quei movimenti civici che lo stanno appoggiando sui territori e avrebbe in alcuni casi anche la possibilità di far ricorso a professionisti dal volto pulito che non hanno mai avuto spazio nei posti di governo. Una quota assessorile dovrebbe riservarla certamente all’ala sinistra della sua coalizione che è rappresentata dalla lista guidata da Domenico Lucano (“Un’altra Calabria è possibile”) e da “Calabria resistente e solidale” in cui sono confluiti sia Rifondazione comunista che Potere al popolo. Si può però scommettere sul fatto che, in caso di vittoria, da navigato uomo di governo che non rinuncia affatto a personalizzare il suo approccio alla politica, una bella fetta della sua ipotetica Giunta sarebbe composta dai suoi fedelissimi che in Calabria gli offrono strategia e conoscenza del territorio ben rappresentate dalle 4 liste che portano il suo nome.

Dalla giunta dei tecnici all’“orgoglio” della politica

Mario Oliverio la storia ce l’ha e la rivendica eccome. La sua stavolta è una vera e propria crociata contro le logiche “coloniali” che hanno determinato il commissariamento della sanità ma soprattutto del Pd. Il suo (praticamente ex) partito lo ha scaricato in malo modo ai tempi di Pippo Callipo e oggi che la strada è fatta conferma quell’impostazione per toglierselo di mezzo definitivamente. L’ex presidente però vuole vendere politicamente cara la pelle e dichiara battaglia contro il colonialismo e contro il pregiudizio giustizialista di cui è stato vittima lui stesso. Oggi richiama con orgoglio il primato della politica ma quando era presidente della Regione non si dimostrò affatto garantista quando, usando a pretesto l’indagine “Rimborsopoli”, scaricò gli assessori politici che aveva nominato da poco e si affidò a una giunta tecnica che lasciava a lui un margine molto ampio di manovra e di deleghe. Da allora sembra passato un secolo e i toni di Oliverio sono completamente cambiati. In caso di vittoria una sua ipotetica Giunta non potrebbe non tener conto dei (pochi) signori delle preferenze che lo sostengono sui territori e che non vedrebbero l’ora di far tornare la loro “politica” tra le stanze delle Cittadella.

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