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Gli effetti in Calabria della guerra in Ucraina, Caffo: “Bisogna tornare a investire in Italia”

nuccio caffo

La guerra in Ucraina incide sul tessuto imprenditoriale già in difficoltà per il rincaro dell’energia e la scarsità di materiali. Secondo Unioncamere, su quasi 9 imprese su 10 l’impatto del conflitto sarà alto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e semilavorati. Quasi una impresa su 2 ha problemi di approvvigionamento di materie prime e una su 5 di approvvigionamento di energia. L’aumento dell’incertezza incide poi sulla natalità delle imprese: le ultime indicazioni sulle iscrizioni al Registro delle Camere di commercio mostrano che quando il clima di fiducia si riduce di un punto, la natalità delle imprese si contrae di mezzo punto. Negli ultimi due anni (2020-2021) sono state create 81mila imprese in meno rispetto al livello pre-pandemia del 2019, di cui 26mila in meno giovanili e 32mila in meno femminili.

Vibo la provincia più a rischio

Brutte notizie che fanno il paio con quelle esposte dal centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne che, in base a una ricerca effettuata sugli impatti economici del conflitto nel settore dell’export italiano – pubblicato dal Sole 24 Ore -, si sofferma in particolare sulla Calabria in ordine all’esportazione di merci verso la Russia e l’Ucraina. Allarma il dato della Calabria che, rispetto alle altre regioni, presenta una percentuale più alta di esportazioni (2,5% rispetto al’1,9% generale) e concentrata per lo più nei macchinari e nelle apparecchiature di impiego generale, per esempio quelle impiegate al sollevamento delle merci e prodotte in Calabria per essere immesse nel mercato ucraino e russo. La provincia di Vibo Valentia è quella che potrebbe subire di più le conseguenze del conflitto bellico perché – secondo lo studio – è il territorio che, con il 95,3%, rappresenta quasi la totalità dei prodotti esportati in Russia e Ucraina.

“Tessuto produttivo in difficoltà”

Abbiamo discusso della situazione con Nuccio Caffo, commissario della Camera di Commercio di Vibo Valentia e patron col padre Giuseppe, della rinomata, omonima azienda, produttrice dell’Amaro del Capo, che concorda con le risultanze dello studio ed, anzi, offre un quadro ancora più a tinte fosche di quanto già non lo sia. “Purtroppo la situazione vibonese, e calabrese in generale, è ancora peggiore rispetto ad altre zone dello Stivale perché paga una condizione economica fragile, amplificata maggiormente dai due anni di pandemia – ha esordito – e adesso questo conflitto ha comportato inevitabilmente un innalzamento dei prezzi delle materie prime che sta mettendo in grossa difficoltà tutto il tessuto produttivo, dal manifatturiero al metalmeccanico, dall’industria dei liquori a quella turistica con l’assenza di turisti provenienti dalla Russia. Ad esempio, nel caso del comparto di cui si occupa la mia azienda, c’è l’embargo per gli alcolici”.

Ma non è solo questo: anche la sabbia inizia ad essere un problema: “Il fermo produttivo è dovuto alla mancanza di vetro. Così come la sabbia e la soda servono alla vetreria per produrre le bottiglie. Sì, perché noi utilizziamo quella specifica per realizzare le bottiglie della quale, adesso, è resa impossibile dalla guerra l’importazione dall’Ucraina. Ci stiamo organizzando per farla arrivare dall’Egitto ma con costi superiori. Idem per la soda caustica”, rileva Caffo.

Lo stabilimento di Limbadi

Una crisi che ha colpito anche lo stabilimento di Limbadi visto che per ammissione dello stesso Caffo, questo mese, per 15 giorni, “saremo costretti ad interrompere la produzione”. Ovviamente tutto questo fa il paio con la necessità di trovare canali di approvvigionamento energetico diversi da quelli russi: “L’Italia – aggiunge il commissario dell’Ente Camerale – non si è attrezzata in passato, lo sta facendo solo adesso, e tuttavia è più avanti in tal senso di altre nazioni, ma sempre e comunque in ritardo e il risultato è un incremento dei prezzi, iniziato prima della guerra, ma adesso diventati difficili da sostenere. Oltre questo c’è la questione del trasporto della merce i cui costi sono schizzati a loro volta”.

Insomma, la situazione è veramente critica e a sentire Caffo, tutto questo, entro il breve periodo, si andrà «a riverberare sul consumatore finale» e un altro scoglio particolarmente insidioso è quello di garantire la reperibilità dei prodotti: “Quando il prezzo aumenta, diminuisce il potere di acquisto dell’utente, e questo sta avvenendo proprio perché alcune tipologie di prodotti iniziano a scarseggiare: penso al grano, all’olio di girasole e a molte altre materie prime.

E il mercato vibonese e calabrese attinge non poco dall’Ucraina anche se, precisa ancora Nuccio Caffo, dipende dalla tipologia del prodotto, fermo restando che “il segreto resta l’organizzazione. Se riusciremo a farlo, ad esempio per il grano, nel medio-lungo periodo riusciremo ad avere anche un beneficio per la filiera agricola locale, tornando a coltivare quei terreni abbandonati. Adesso non è più il periodo, però per l’anno prossimo c’è tutto il tempo per farlo”.

“Errori politici macroscopici”

Un altro problema, a parare del Commissario della Camera di Commercio, è dovuto allo smantellamento nel corso degli anni, di specifici stabilimenti: “Un tempo c’erano 15 zuccherifici sul suolo nazionale, adesso soltanto tre, e nessuno in Calabria, e ciò ha portato a smantellare la filiera della barbabietola, soprattutto nel Meridione. Purtroppo, gli accordi siglati a livello europeo ci hanno danneggiato, in questo come in tanti altri settori frutto di errori politici macroscopici. Ma fare marcia indietro non è possibile nel breve periodo L’Italia non è indipendente per le materie prime, però può ridurre le importazioni se inizia a sopperire almeno in parte ad esse. Ecco perché bisogna iniziare a lavorare per tempo, ma non domani. Oggi”. (f.p.)

© Riproduzione riservata.

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